Sbaglia chi pensa chi l’Italia sia un obiettivo improbabile per il terrorismo internazionale: già da tempo siamo a conoscenza di minacce dirette alle città di Roma e Milano, ma le parole del procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio servono da monito per tenere alto il livello d’allerta.

Intervistato da Radio 24 il rappresentante delle forze dell’ordine si è detto convinto che sia molto probabile la presenza di cellule silenti nel nostro Paese. “Non è vero che non corriamo rischi come Belgio e Francia Queste esplosioni sono punte di iceberg di una polveriera che sta covando”.

Sono molte le proposte che Nordio vorrebbe che venissero messe in atto, sopratutto in merito alla possibilità di schedare e identificare i potenziali terroristi. In effetti a impensierire l’opinione pubblica sono le recenti rivelazioni del passaggio dei membri del gruppo di Parigi e Bruxelles negli aeroporti di Treviso e Venezia.

Il procuratore al tempo stesso cerca di placare l’indignazione e segnala soluzioni adottabili: “Questo soggetto è sbarcato a Treviso, ma non ha senso dire che gli aeroporti piccoli sono meno sicuri. Quei documenti non erano segnalati dagli organismi internazionali, era uno dei tanti passeggeri che transitano. Il problema è legato all’uso della tecnologia. Siamo ancora fermi all’identificazione con le impronte digitali. Una mappatura del dna a livello globale potrebbe consentire individuazioni di qualsiasi persona, anche quelle non segnalate”.

L’idea di Nordio per combattere il terrorismo è quella di “un ufficio investigativo europeo, anche svincolato dalle singole magistrature, che risponda a un organismo politico unitario, che peraltro in Europa non c’è, e scambi i dati comuni.” Insomma, un elemento autonomo e indipendente, dunque, e non l’alternativa, che viene definita “Superprocura”, di una collaborazione tra diverse agenzie investigative nazionali coordinate da una governance centrale, come nel caso analogo della moneta unica europea.

Nordio infine non ha dubbi sulla definizione da attribuire agli eventi di questi ultimi anni, né ha paura di usare formule che risultano particolarmente invise a una certa parte dell’opinione pubblica: “Sarebbe giusto dire una volta per tutte che siamo in guerra. E che non è guerra, come ha detto il Papa, ispirata dai mercanti di armi o addirittura dall’emarginazione. È una guerra religiosa. È una guerra santa. [...] E bisogna ammettere che è una guerra senza difesa”.