Segnatevi questi numeri. Li riporta oggi il vicedirettore di Repubblica Gianluca Di Feo sul suo giornale: 940 e 28. I primi sono gli agenti in servizio a Europol, l’agenzia che dovrebbe ricoprire il ruolo di snodo-chiave dello scambio d’informazioni di sicurezza in tutto il Vecchio Continente e con i Paesi alleati. I secondi sono i magistrati che dovrebbero funzionare da loro contraltare giuridico, favorendo il coordinamento delle autorità nazionali specialmente negli ambiti di maggiore pericolosità, dal terrorismo alla criminalità organizzata.

Peccato che i primi possano operare solo su adesione volontaria delle polizie nazionali e i secondi non abbiano poteri d’iniziativa. Uno staff di un migliaio di persone che per giunta non sa a chi fare riferimento. Non esiste infatti un “ministro dell’Interno” europeo, funzioni simili sono spacchettate su più figure, fra cui quella del responsabile antiterrorismo. Forte di una squadra indegna perfino di una media azienducola locale.

Segnateveli, e ricordateveli, la prossima volta che vi diranno che è fondamentale restringere le nostre libertà quotidiane, lottare contro la crittografia delle comunicazioni, comprimere sempre di più la privacy perché ne va della sicurezza di tutti. Non perché non sia vero: in parte, ma solo in parte, lo è. Eccome. Sarebbe tuttavia sensato che, semplicemente, quel passo indietro sul terreno della nostra vita quotidiana fosse invocato solo quando ogni mezzo fosse stato messo in campo per tutelare i cittadini europei dai kamikaze negli aeroporti e dalle bombe nelle metropolitane.

Si racconta in questi giorni delle ridicole vanità e dei profondi limiti dei servizi segreti nazionali. Tanto, viene ormai da pensare, da produrre un micidiale paradosso: nella nostra società, che molti esperti hanno battezzato da anni “dell’informazione”, le uniche informazioni utili e verificate che dovrebbero circolare fra i paesi membri dell’Unione Europea fanno fatica a uscire dall’ufficio di un ministero, da un comando, da un’unità operativa, dalla testa di un singolo agente.

Se non riusciamo neanche a mettere in piedi il benedetto sistema di condivisione del Pnr, cioè il database contenente le informazioni di chi compra biglietti aerei dentro, da e per il territorio dell’Unione, come possiamo pensare che la soluzione passi esclusivamente attraverso legislazioni liberticide come quelle approvate dalla Francia dopo la strage del 13 novembre, e campagne per decrittare gli smartphone, spostando sciaguratamente l’asse del problema? Viene quasi da ridere se non ci fossero in mezzo centinaia di morti.

Il problema, infatti, non è la cifratura di Telegram o dell’iPhone – per giunta, pare che l’apprezzamento per lo smartphone di Cupertino abbia virato verso i cosiddetti feature phone, dispositivi da poche decine di euro utili all’essenziale e meno connessi – ma il tessuto di base della cooperazione di sicurezza internazionale. Standard differenti, controlli stringenti all’arrivo e larghissimi in partenza da una stazione o da uno scalo, competenze sulla sicurezza sparpagliate fra figure diverse, presidio del territorio spesso inutile e male organizzato – che fa leva sull’atto di eroismo possibile, non su un piano razionale – in un retaggio ancora Ottocentesco del contrasto al crimine.

Al fenomeno mafioso l’Italia ha almeno saputo rispondere con la creazione, nel 1992, di una procura nazionale articolata in emanazioni distrettuali. L’Europa, invece, neanche questo: non ha un cervello ma decine di organizzazioni, agenzie, forze dell’ordine che condividono ciò che vogliono e ciò che conviene loro. Mentre i cittadini finiscono a brandelli, schiacciati in un vagone della metropolitana nella deprimente mattina di Bruxelles.

Ha ragione chi dice che senza più Europa non si riuscirà a proteggersi meglio. Ma ha ragione, al contempo, anche chi dice che l’Unione Europea, per com’è organizzata oggi, è la principale responsabile di quello che sta accadendo. E sarà pure vero che, su dieci attentati, nove sono stati sventati.

Tuttavia non è un risultato di cui rallegrarsi. Per niente: forse con più integrazione si sarebbe potuto prevedere anche il decimo. O almeno limitarne i danni. I fondi ci sono, basti vedere quanti ne vengono sprecati per inutili progetti che non vedranno mai la luce. La nostra logica, insomma, non può essere quella di stringere le maglie a tutti, offline e online, per sperare che anche i jihadisti d’Europa ci rimangano in mezzo. Questa è una pesca a strascico senza senso, che peggiora la nostra qualità della vita e ci priva di traguardi che, nonostante tutto, avevano iniziato a produrre un sentimento europeo comune. Se non una vera cittadinanza.

La nostra logica, cioè di ogni cittadino italiano, austriaco o svedese, in quanto europeo, dovrebbe essere quella di dare finalmente seguito ai tanti accordi rimasti su carta riguardo per esempio le politiche estere e di sicurezza comune. Ma dovrebbe anche essere quella di contestare pesantemente i burocrati che siedono al vertice delle istituzioni continentali di oggi e del passato. Ma anche di quelli nazionali, per la ragione di non essersi fatti portavoce di queste istanze.

Non sono stati infatti in grado di guardare oltre e di mettere in piedi almeno uno straccio di “polizia federale” europea, per non parlare di altre grottesche emanazioni del burocratismo continentale come Frontex. Non solo: dopo ogni carneficina, presidenti, primi ministri, alti rappresentati si rendono responsabili di un insopportabile motivetto, rimettono in moto una giostra imbarazzante fatta di nuovi appelli, di progetti legislativi velleitari assunti da una Commissione senza investitura popolare, di inutili summit, di deplorevoli maquillage a uso stampa come quello a Europol dell’anno scorso, il Centro europeo antiterrorismo.

Se ognuno farà la sua parte, anche i cittadini saranno felici di fare la loro rinunciando a un pezzetto delle loro vite. Ma se l’approccio dall’alto non cambierà passo per davvero, anche i cittadini si renderanno presto conto di quanto sia inutile, e forse perfino irresponsabile, rassicurarli con qualche cadetto d’accademia sguinzagliato sulle banchine del metrò.