Dopo i recenti attentati in Tunisia e Kuwait l’Italia non può più ignorare il rischio rappresentato dal terrorismo. A confermarlo è il ministro della Difesa Roberta Pinotti, intervistata nell’ambito del programma televisivo In Mezz’ora di Rai 3.

Ciò che afferma il politico è tanto scontato quanto difficile da ammettere, ovvero che il nostro Paese è da sempre un obiettivo sensibile, così come lo sono le altre nazioni europee: “In questi mesi abbiamo tenuto alta l’allerta terrorismo. Anche l’Italia potrebbe essere oggetto di attentati. Non abbiamo mai pensato di essere immuni dal rischio, ma ad oggi non abbiamo elementi per dire che siamo più o meno a rischio rispetto agli altri Paesi europei“.

Insomma, l’allarme continua a essere pressante, e sono ancora vivi nella memoria degli ltaliani i messaggi diffusi attraverso i social network da presunti membri dell’Isis, nel quale comparivano biglietti minacciosi sullo sfondo dei principali monumenti di Roma e Milano. Il rischio terrorismo è paradossalmente abbassato dal relativamente scarso radicamento migratorio in Italia, almeno dal punto di vista storico. Rispetto alla tradizione francese, infatti, “non abbiamo immigrati di terza generazione”, quindi da un’ottica sociologica ci sarebbero minori possibilità di reclutamento.

Ciò non toglie l’oggettivo pericolo esistente, e la Pinotti ricorda come la minaccia del terrorismo, per quanto riguarda l’Italia, sembri privilegiare il fronte dei Balcani: arrivare dall’Europa dell’Est appare più semplice, e anche per questo motivo il contingente militare italiano in Kosovo non è stato alleggerito in questo lasso di tempo: “Sappiamo non da oggi che c’è un fronte nell’Adriatico: che la zona non diventi esportatrice di insicurezza è un punto messo a fuoco nell’ultimo anno”, ha ricordato il ministro, di cui Sel aveva chiesto le dimissioni in seguito alla questione degli F35.

Proprio per assicurare un controllo efficace è necessario che il coinvolgimento dei militari diventi sistemico, almeno fino alla sconfitta delle truppe dello Stato Islamico: il numero di uomini coinvolti nell’operazione è significativo (quasi 7mila), ma il taglio alle spese della difesa, sostiene il ministro durante l’intervista, rischia di ridurre risorse indispensabili alla sicurezza nazionale. “È giusto tagliare la duplicazione degli assetti, ma serve dire con chiarezza che sotto un certo limite non si può andare e che le risorse vanno date: abbiamo bisogno di più difesa”.