È destinato a fare discutere il provvedimento presso dalla Corte Suprema della Russia, che su richiesta del Ministero della Giustizia ha equiparato il gruppo religioso dei Testimoni di Geova a movimenti estremisti come l’Isis.

Il provvedimento dispone anche il divieto di attività del gruppo in territorio russo e la confisca di tutti i beni: per coloro che trasgrediranno la normativa – sono circa 175mila in tutta la Russia – c’è il rischio di una multa dai 5mila ai 10mila euro e il carcere da 6 a 10 anni.

Naturalmente i membri della congregazione hanno accolto la notizia con sdegno e shock, come ha riportato il portavoce Jaroslav Sivulskij: “Durante il processo il ministro della Giustizia non ha presentato alcuna prova d’estremismo. Abbiamo semmai ascoltato numerose testimonianze inconfutabili sulla nostra innocenza. Siamo tornati all’era sovietica quando noi Testimoni di Geova eravamo perseguitati. Mio padre trascorse sette anni in prigione, inclusi sei mesi in isolamento. Mia madre, appena diciottenne, venne condannata a 10 anni di carcere. Fu rilasciata dopo quattro grazie a un’amnistia alla morte di Stalin, ma dovette andare in esilio in Siberia insieme alla sua famiglia“.

La storia del rapporto tra Russia e Testimoni di Geova è travagliata, e di fatto il divieto di attività religiosa è caduto solo nel 1991, anno del crollo dell’Urss. La congregazione ha già annunciato di voler ricorrere in appello e di chiedere l’appoggio della Corte europea per i diritti umani.

Tra le accuse rivolte ai Testimoni di Geova c’è quella di invitare all’astensione dal voto e dal servizio militare, nonché la descrizione in chiave negativa delle altre fedi che porterebbe alla discordia religiosa. I raid contro le sedi della congregazione sono iniziati nel 2007, portando alla dichiarazioni di illegalità per estremismo di circa 95 pubblicazioni, usate per incriminare i fedeli coinvolti negli arresti.