Ungaretti, Quasimodo, Pirandello e Svevo. Sono questi, secondo i siti specializzati del settore gli autori in pole per la tipologia A (analisi del testo) del tema di italiano. Oggi ci concentriamo sulla figura di Italo Svevo.

Vita e opere del personaggio: Nato a Trieste il 19 dicembre del 1961, da una benestante famiglia ebraica (il padre Franz Schmitz (1829-92) era un commerciante tedesco, la madre Allegra Moravia (1832-95) era italiana), il suo vero nome era Aron Hector Schmitz. La sua origine mittel-europea lo portò a scegliere uno pseudonimo italiano e influenzò da sempre i suoi romanzi e le opere teatrali intrise di una biculturalità vissuta sempre in maniera armoniosa, mai conflittuale.

Dopo aver praticato, per volere del padre, studi commerciali in Baviera, torna in Italia e all’età di 20 anni a causa del fallimento dell’azienda familiare, inizia a lavorare alla Banca Union di Vienna, impiego che, sebbene mai amato, manterrà per diciotto anni. Nello stesso periodo ha inizio la collaborazione con L’Indipendente, giornale di ampie vedute socialiste per il quale scrive 25 recensioni e saggi teatrali e letterari.

Nello stesso periodo comincia a scrivere commedie teatrali mentre nel 1892, anno in cui muore suo padre, avviene la pubblicazione del suo primo romanzo: Una vita, firmato con il definitivo pseudonimo “Italo Svevo”; l’opera viene sostanzialmente ignorata dalla critica e dal pubblico. In quell’anno ha una relazione con la popolana Giuseppina Zergol, che ispirò poi il personaggio di Angiolina in Senilità.

Dopo alcune collaborazioni con il giornale Il Piccolo e una cattedra all’Istituto Revoltella, nel 1895 muore la madre, e un anno dopo, nel 1896 si fidanzerà con la cugina, Livia Veneziani, figlia di un commerciante di vernici sottomarine (cattolico), che sposerà nel 1896 con rito civile, e nel 1897, dopo aver abiurato la religione ebraica ed essersi convertito, con matrimonio religioso. Dalla donna ha una figlia, Letizia, che avrà una vita molto lunga (1897-1993), ma anche caratterizzata da molti lutti e tragedie. Il matrimonio segna una svolta fondamentale nella vita di Svevo: in primo luogo l’«inetto» trova finalmente un terreno solido su cui poggiare e di conseguenza può arrivare a coincidere con quella figura virile che sembrava irraggiungibile, il pater familias.

Nel 1898 pubblica il secondo romanzo, Senilità; anche quest’opera passa però quasi sotto silenzio. Questo insuccesso letterario lo spinge quasi ad abbandonare del tutto la letteratura. Dimessosi dalla banca, nel 1899 Svevo entra nell’azienda del suocero, accantonando la sua attività letteraria, che diventa marginale e segreta. Costretto per lavoro a viaggi all’estero, dove si porta un violino senza riuscire a esercitarsi che raramente, ha tuttavia ancora qualche voglia di scrivere e si trova a comporre qualche pagina teatrale e alcune favole.

E’ questo il periodo in cui Svevo compie due incontri molto importanti per la sua opera letteraria: frequentando un corso d’inglese alla Berlitz School di Trieste nel 1907, conosce lo scrittore irlandese James Joyce, suo insegnante. Joyce lo incoraggiò a scrivere un nuovo romanzo e, intorno al 1910, grazie al cognato, Bruno Veneziani, che su consiglio di Edoardo Weiss si reca a Vienna e cerca di farsi curare da Sigmund Freud, entra in contatto con la psicoanalisi freudiana (per parte sua Svevo nel 1911 conosce e frequenta Wilhelm Stekel, allievo di Freud che si sta occupando del rapporto tra poesia e inconscio).

Durante tutta la durata della guerra lo scrittore rimane nella città natale, mantenendo la cittadinanza austriaca ma cercando di restare il più possibile neutrale di fronte al conflitto. In questo periodo approfondisce la conoscenza della letteratura inglese; interessandosi alla psicoanalisi e traducendo La scienza dei sogni di Sigmund Freud, che influenzerà notevolmente la sua opera successiva. In seguito accetta di buon grado l’occupazione italiana della città e, dopo la guerra, con il definitivo passaggio di Trieste al Regno d’Italia, collabora al primo importante giornale triestino italiano, “La Nazione”, fondato dall’amico Giulio Cesari.

Nel 1919 collabora con il giornale La Nazione, e inizia a scrivere La coscienza di Zeno, poi pubblicata nel 1923, ancora senza successo, fino al 1925, quando l’amico Joyce la propone ad alcuni critici francesi (in particolare a Valéry Larbaud che ne scrive sulla «NRF» e a Benjamin Crémieux), mentre in Italia, Eugenio Montale, in anticipo su tutti, ne afferma la grandezza: scoppia così il “caso Svevo”, una vivace discussione attorno allo scritto su Zeno.

Tra i primi estimatori sono da ricordare anche Sergio Solmi, Giuseppe Prezzolini e Anton Giulio Bragaglia. Nel 1926 la rivista francese Le navire d’argent gli dedicò un intero fascicolo, nel 1927 tenne una famosa conferenza su Joyce a Milano, e nel marzo 1928 venne festeggiato a Parigi tra altri noti scrittori, tra cui Isaak Ėmmanuilovič Babel’.

Il 13 settembre 1928 mentre tornava con la famiglia da un periodo di cure termali a Bormio, Svevo è coinvolto in un incidente stradale, in cui rimane gravemente ferito. Viene dichiarato morto al ricovero nell’ospedale di Motta di Livenza. Il quarto romanzo, Il vecchione o Le confessioni del vegliardo, una “continuazione” de La coscienza di Zeno, rimarrà incompiuto.

Cosa dovete sapere: In Svevo confluiscono filoni di pensiero contraddittori e poco conciliabili tra loro: da un lato il positivismo, la lezione di Darwin, il marxismo; dall’altro il pensiero negativo e antipositivista di Schopenhauer, di Nietzsche e di Freud. E’ da loro che in maniera straordinariamente coerente l’autore assume elementi critici e strumenti analitici della realtà.

Dal positivismo e da Darwin, ma anche da Freud, Svevo riprende la propensione a valersi di tecniche scientifiche di conoscenza e il rifiuto di qualunque ottica di tipo metafisico, spiritualistico o idealistico, nonché la tendenza a considerare il destino dell’umanità nella sua evoluzione complessiva; da Schopenhauer rifiuta la soluzione filosofica ed esistenziale: non accetta cioè la proposta di una saggezza da raggiungersi attraverso la «noluntas», la rinuncia alla volontà, e il soffocamento degli istinti vitali.

Il Nietzsche di Svevo è il teorico della pluralità dell’io, anticipatore di Freud, e il critico spietato dei valori borghesi, non il creatore di miti dionisiaci. Quanto a Freud, che Svevo studia con passione è per lui un maestro nell’analisi della costitutiva ambiguità dell’io, nella demistificazione delle razionalizzazioni ideologiche con cui l’individuo giustifica la ricerca inconscia del piacere, nell’impostazione razionalistica e materialistica dello studio dell’inconscio. Ma Svevo rifiuta sempre di aderire totalmente al sistema teorico di Freud: accetta la psicoanalisi come tecnica di conoscenza, ma la respinge sia come visione totalizzante della vita, sia come terapia medica.

Il rifiuto della psicoanalisi come terapia rivela nello Svevo de La coscienza di Zeno una difesa dei diritti dei cosiddetti “ammalati” rispetto ai “sani”. La nevrosi, per Svevo, è anche un segno positivo di non rassegnazione e di non adattamento ai meccanismi alienanti della civiltà, la quale impone lavoro, disciplina, obbedienza alle leggi morali, sacrificando la ricerca del piacere. L’ammalato è colui che non vuole rinunciare alla forza del desiderio. La terapia lo renderebbe sì più “normale”, ma a prezzo di spegnere in lui le pulsioni vitali. Per questo l’ultimo Svevo difende la propria “inettitudine” e la propria nevrosi, viste come forme di resistenza all’alienazione circostante. Rispetto all’uomo efficiente ma del tutto integrato nei meccanismi inautentici della società borghese, egli preferisce essere un “dilettante”, un “inetto”, un “abbozzo” aperto a possibilità diverse.

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