Lo scorso 5 dicembre moriva Nelson Mandela, leader del movimento anti-apartheid, eletto presidente alle prime elezioni multirazziali del Sudafrica e premio Nobel per la pace nel 1993. Un’intera vita spesa per la lotta contro l’apartheid e la conquista della libertà per il suo popolo. Pur avendo passando in carcere gran parte degli anni dell’attivismo anti-segregazionista giocò un ruolo determinante nella caduta di tale regime. Protagonista insieme al presidente Frederik Willem de Klerk dell’abolizione dell’apartheid all’inizio degli anni Novanta, venne eletto presidente nel 1994, rimanendo in carica fino al 1999. Il suo partito, l’African National Congress (ANC), è rimasto da allora ininterrottamente al governo del paese.

Figlio di un capo della tribù Thembu (e quindi, secondo il sistema di caste vigente in Africa, di origini aristocratiche), Nelson Rolihlahla Mandela nasce il 18 luglio 1918. Dopo aver seguito gli studi nelle scuole sudafricane per studenti neri, conseguendo la laurea in giurisprudenza, mossi dall’umiliazione e dalle sofferenze della loro gente, e offesi dalle leggi sempre più ingiuste e intollerabili, nel 1944, Nelson Mandela, Walter Sisulu e Oliver Tambo, insieme ad altri compagni, costituirono la Lega Giovanile dell’ANC (African National Congress). Con Tambo avvia inoltre il primo studio legale per i neri.

Da questo momento Mandela si dedicherà anima e corpo a condurre una campagna non violenta di disobbedienza civile, aiutando ad organizzare scioperi, marce di protesta e manifestazioni ed incoraggiando la gente a rifiutarsi di obbedire alle leggi discriminatorie. Fu arrestato per la prima volta nel 1952.Assolto,vien in seguito fatto oggetto di ripetute vessazioni, arresti e detenzioni, culminati nel Processo di Treason del 1958.

Del 1960 è l’episodio che segnerà per sempre la vita del leader nero. Il regime di Pretoria, durante quello che è conosciuto come “il massacro di Shaperville“, elimina volontariamente 69 militanti dell’ANC, per poi mettere al bando e fuorilegge l’intera associazione. Mandela, fortunatamente, sopravvive alla strage riuscendo a fuggire. Raccolti gli altri esponenti rimasti in vita, creerà una frangia militarista, decisa a rovesciare il regime e a difendere i propri diritti con le armi. Fino ad allora, aveva cercato di mantenere la pratica legalitaria, ma dopo il processo, le crescenti repressioni e la messa a bando dell’ANC, la lotta armata diventò l’unica soluzione. Nel 1962 viene nuovamente arrestato. L’accusa è di alto tradimento e viene condannato a cinque anni di carcere. Durante la detenzione viene di nuovo accusato di sabotaggio al processo di Rivonia. La sua eloquente e appassionante arringa, durata 4 ore, finì con le famose parole: “Ho nutrito l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutte le persone vivono insieme in armonia… Questo è un ideale per cui vivo e che spero di realizzare. Ma se è necessario, è un’ideale per il quale sono pronto a morire”.

Nel 1964 Mandela viene giudicato colpevole di sabotaggio e alto tradimento ed è condannato, assieme ai suoi compagni, alla punizione suprema: ergastolo a Robben Island,  un isolotto in mezzo alle onde dell’oceano Atlantico (di fronte a Città del Capo), il simbolo dell’aspetto più detestabile degli ultimi tre secoli di storia del Sudafrica e senza dubbio il luogo più duro e spietato del sistema penale dell’apartheid sudafricano. La vita al suo interno era tremendamente dura. All’età di 46 anni, Nelson Mandela entra per la prima volta nella piccola e angusta cella, nella Sezione B, che sarebbe stata la sua casa per molti anni a venire: comincia così una nuova e diversa battaglia, quella per migliorare le condizioni di prigionia, terribilmente ingiuste e disumane. Mandela si batte per l’uguaglianza nei pasti, per il diritto di indossare occhiali da sole nelle cave di calcare, e per avere nelle celle sgabelli a tre gambe, per far sedere i prigionieri esausti quando studiavano a tarda sera sui corsi per corrispondenza.

Passano più di vent’anni e, malgrado la segregazione carceraria, lontano dagli occhi di tutti e dalle luci dell’opinione pubblica, la sua immagine e la sua statura crescono sempre di più nell’opinione pubblica e per gli osservatori internazionali. Il regime tiene Mandela in carcere ma è sempre lui il simbolo della lotta e la testa pensante della ribellione. Nel febbraio del 1985, ben consapevole che ormai un simbolo di tale statura fosse divenuto intoccabile, pena la ribellione di vasti strati dell’opinione internazionale, l’allora presidente sudafricano Botha offre a Mandela la libertà purché rinneghi la guerriglia. Mandela rifiuta l’offerta, decidendo di restare in carcere. Iniziano quindi colloqui segreti tra il governo e Mandela e finalmente, l’11 Febbraio 1990, su pressioni internazionali e in seguito al mancato appoggio degli Stati Uniti al regime segregazionista, Madiba viene incondizionatamente liberato.

Nonostante 27 lunghi anni di privazioni e prigionia repressiva, pur avendo assistito a fatti di estrema crudeltà, dolore, sofferenza e disperazione, in qualche modo quest’uomo meraviglioso ne è uscito nobilitato, indomito e ostinato, rafforzato nella volontà di combattere sempre più duramente contro l’apartheid.

Nello stesso anno l’ANC sospende la lotta armata dopo circa 30 anni e Mandela ne diviene Presidente, unendosi al governo e agli altri partiti politici nei negoziati per il futuro del Sudafrica postapartheid. Il perdono diventa la sua arma principale. Cerca la riconciliazione con il Presidente F.W. De Klerk, e insieme a lui nel 1993 riceve il Premio Nobel per la Pace per il comune impegno nella promozione di un Sudafrica democratico. Seguiranno un governo provvisorio di unità nazionale, una costituzione democratica, una frenetica campagna per le elezioni presidenziali, la vittoria dell’ANC alle prime elezioni interraziali del paese e, nel Maggio 1994, l’elezione di Nelson Mandela a Presidente.

Si occupa della costruzione della Nazione e compie ogni sforzo possibile per fugare le paure delle minoranze in Sudafrica. E’ l’inizio del suo nuovo ruolo di negoziatore e intermediario per la pace e la riconciliazione. Lungi dal cercare vendetta per quegli anni lunghi e solitari, il suo desiderio di libertà per il suo popolo è divenuto desiderio di libertà per tutti, neri e bianchi. La nuova costituzione sudafricana bandisce la discriminazione nei confronti di tutte le minoranze e il 18 Luglio 1998, il giorno del suo ottantesimo compleanno, Madiba stupisce di nuovo tutti sposando Graca Machel, vedova del defunto Presidente del Mozambico Samora Machel. Nella sua vita ha avuto tre mogli, 6 figli, 21 nipoti e 6 pronipoti.

Nel giugno 2004, all’età di 85 anni, ha annunciato il suo ritiro dalla vita pubblica per passare il maggior tempo possibile con la sua famiglia. Il 23 luglio dello stesso anno, con una cerimonia tenutasi a Orlando (Soweto), la città di Johannesburg gli ha conferito la più alta onorificenza cittadina, il “Freedom of the City”, una sorta di consegna delle chiavi della città. Si è spento il 5 Dicembre 2013, all’età di 95.

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