Il Novecento letterario italiano ha in Salvatore Quasimodo una delle sue figure sicuramente più interessanti. La sua lontananza dalla terra natìa, la Sicilia, lo ha spesso portato ad avere una visione d’insieme che si riflette nella sua produzione poetica, che richiama sovente alla nostalgia per la sua infanzia, i suoi primi amori. E anche in “Ride la gazza, nera sugli aranci” Quasimodo, che appena raggiunta la maggiore età lasciò la Sicilia e si stabilì a Roma, dove trovò il modo di studiare in Vaticano il latino e il greco presso Monsignor Rampolla del Tindaro dedicandosi ai classici, esprime tutta la sua tristezza e i suoi ricordi nel suo tipico stile ermetico.

L’ora serale d’un plenilunio gli ricorda altre notti di altri pleniluni, quelli ovviamente della sua Sicilia. Il poeta si abbandona ai ricordi, torna indietro con la mente alla sua fanciullezza quando poteva scorrazzare libero presso il mare di Sicilia. Da qui una serie di figure retoriche che ricordano odori e colori dell’amata terra, con le sue radici e i suoi legami mai interrotti. Ma anche la consapevolezza che tutto questo, ormai, è solo un ricordo, perché l’età da fanciullo non può più tornare. La storia dell’uomo avanza, così come i suoi ricordi, che diventano sempre più sbiaditi e lontani. E così riaffiorano alla mente prati, la chiesa, la marea, il vento, l’airone che s’avanza verso l’acqua e così via. La poesia, in sostanza, è capace di andare oltre i ricordi, di poter far rivivere le epoche passate in un dissidio tra lo stesso ieri e il presente, tra sogno e realtà, tra illusioni e delusioni.

Quasimodo, che nel 1959 ricevette il premio Nobel per la letteratura, riafferma ancora una volta l’affermazione dell’irripetibilità di certi momenti della vita, con una poesia ricca di immagini.