Diceva Indro Montanelli tanti anni fa: “Ringrazio Dio per avermi fatto vivere nel Novecento, uno dei secoli più brutti della storia”. Il giornalista, in sostanza, aveva piena ragione. Il 1900 è stato il secolo delle barbierie, di due Guerre Mondiali, di genocidi sparsi in giro per il mondo e molto altro. Ma la violenza ha subito dei radicali cambiamenti nel corso degli ultimi 100 anni: la società, infatti, è passata dagli omicidi di massa a quelli singoli, dalle stragi di piazza ai drammi familiari.

L’emblema della violenza è sicuramente Adolf Hitler e la Germania nazista: lo sterminio degli ebrei, immotivato e plausibile solo a scopi di lucro, è stato di fatto l’esempio negativo che meglio identifica questo genere di stermini. Fosse comuni, gente partita per i campi di concentramento e mai tornata a casa e così via. L’aver addirittura pensato all’organizzazione dei lager deve far comprendere la follia omicida di quel periodo. Col passare degli anni, però, le cose sono cambiate: non di certo verso il meglio, anzi. Gli stermini sono continuati in Africa e Asia, ma negli ultimi decenni è salita alle cronache della ribalta una nuova forma di violenza: quella domestica. Il caso recente di Carlo Lissi ne è sicuramente l’esempio lampante, ma innumerevoli sono stati i fatti di cronaca narrati da giornali locali e nazionali: certo, a questo forse ha aiutato anche il fatto che ormai l’informazione raramente “buca” questo genere di notizie, ma la tendenza deve far riflettere: in Italia siamo partiti con il caso di Anna Maria Franzoni, per passare poi con il piccolo Alessio a Parma, Kabobo a Milano e il già citato Lissi. Forse la società dovrebbe cercare di capire il come mai di così tanta violenza: che la colpa possa risiedere nella frenesia quotidiana non è da escludere.

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