L’albero di Natale è, con la tradizione del presepe, una delle più diffuse usanze natalizie. Si tratta in genere di un abete (o altra conifera sempreverde) addobbato con piccoli oggetti colorati, luci, festoni, dolciumi, piccoli regali impacchettati e altro. Questo può essere portato in casa o tenuto all’aperto, e viene preparato qualche giorno o qualche settimana prima di Natale (spesso nel giorno dell’Immacolata concezione), e rimosso dopo le feste. Soprattutto se l’albero viene collocato in casa, è tradizione che ai suoi piedi vengano collocati i regali di Natale impacchettati, in attesa del giorno della festa in cui potranno essere aperti.

Ma qual è il significato simbolico dell’albero di Natale? L’albero, inteso come simbolo di vita, era diffuso in tutte le culture, anche prima della nascita del cristianesimo, tale valenza simbolica ha origini molto antiche e trova riscontri in diverse religioni.

La festa del Natale si sovrappone quasi perfettamente alle celebrazioni per il solstizio d’inverno, anticamente, quindi, il 25 dicembre si festeggiava il sole che, dal solstizio d’inverno “rinasce”: da questa data le giornate ricominciano infatti ad allungarsi e lasciano presagire il ritorno della primavera, il ritorno della “vita”. Molto diffuso in oriente, in particolare in Siria ed Egitto, era il culto del “Sol Invictus”, le cui solenni celebrazioni prevedevano che i sacerdoti, ritiratisi in appositi santuari, ne uscissero a mezzanotte annunciando che la Vergine aveva partorito il Sole, raffigurato come un infante. Da qui il culto arrivò poi a Roma, dove il “sole che nasce” veniva festeggiato con riferimento al dio Mitra. Simbolo ricorrente legato alle celebrazioni per il solstizio d’inverno è naturalmente l’albero, da sempre e per tutte le culture,inteso come simbolo della vita.

La figura dell’albero compare in numerose usanze e riti pagani. Essa è presente ad esempio nell’antica religione di Canaan (l’odierna Palestina) che riconosceva un ruolo religioso agli alberi: ce ne parla la Bibbia, riferendo delle “querce di Mamre” e accennando ai boschetti sacri posti in cima a certe alture; mentre nella celebre saga nordica dei Nibelunghi si dice che al centro della terra vi sia un grande frassino.

I druidi, antichi sacerdoti dei Celti, notando che gli abeti rimanevano sempre verdi anche durante l’inverno, li considerarono un simbolo di lunga vita e cominciarono a onorarli nella festa del solstizio d’inverno. Tra le popolazioni dell’Europa centronordica pagana pare che la celebrazione del solstizio d’inverno prevedesse anche l’incendio di un albero (un pino o un abete, alberi resinosi e molto infiammabili), in una  sorta di rito propiziatorio e illuminante nella notte invernale che cominciava a regredire. Motivi analoghi stanno forse dietro la consuetudine, ancora oggi notevolmente diffusa, di ardere sulle piazze, tra Natale e Capodanno, grossi tronchi e ceppi d’albero.

Nell’alto e basso medioevo, nell’Europa centronordica, molti riti antichi e usi pagani rivivono poi in contesto cristiano. Secondo antiche leggende, rintracciabili fino all’anno mille, quando Gesù è nato le piante sono germogliate e fiorite: ecco allora che in ambito cristiano, in preparazione del Natale, si mettono in acqua per settimane rami di melo o di ciliegio perché fioriscano a Natale e in tempo d’Avvento, si ornano le case di rami di alberi, preferibilmente di sempreverdi. Al Medioevo risale anche la tradizione degli “Adam und Eva Spiele” (giochi di Adamo ed Eva), comunemente noti come “misteri”, vere e proprie messe in scena che si svolgevano sul sagrato delle chiese la sera della vigilia. I personaggi sono ovviamente Adamo, Eva, il diavolo e l’angelo, mentre il quadro decorativo è dato essenzialmente dall’albero, quello del frutto del peccato. La Bibbia non dice di che tipo di albero si tratti e quindi esso mutava a seconda della regione in cui era messo in scena il “mistero”; con il passare del tempo si impone poi ovunque il sempreverde abete ed è proprio la scena biblica dell’Eden, sviluppata nei “misteri”, che ha dato all’albero natalizio il suo significato cristiano. Nella notte in cui si celebra la nascita di colui che, secondo la fede cristiana, ha portato nuova vita nel mondo, l’albero posto al centro del giardino dell’Eden – simbolo della caduta dell’umanità – diventa anche l’albero intorno al quale l’umanità ritrova il perdono. Non a caso molto presto oltre alla mela (o alle mele) si comincia ad appendervi delle ostie che, nel contesto cattolico nel quale si sviluppa questa tradizione, indicano il sacrificio di Gesù che sconfigge e cancella il peccato.

Nei secoli successivi, nelle aree protestanti, le ostie furono poi sostituite da dolci natalizi fatti in casa. Si aggiunse quindi la carta colorata, argentata o dorata, simbolo delle offerte dei magi d’Oriente e la “rosa di Natale”, simbolo del “germoglio che spunta dalla radice d’Isai”. Nelle regioni tedesche, in cui era diffusa l’arte vetraria, si aggiunsero più tardi anche le palle di vetro colorato, per dare maggiore luminosità all’albero e, per riprendere il motivo evangelico del “Cristo luce del mondo”, entrarono nell’uso anche le candele.

In ogni caso, il motivo caratteristico, nell’uso cristiano dell’albero di Natale, sta nella contrapposizione simbolica di Adamo ed Eva (raffiguranti l’umanità intera), provati e caduti davanti all’albero dell’eden, che si ritrovano, con la nascita di Gesù Cristo, davanti all’albero della vita, perdonati e riconciliati.

Per lungo tempo, la tradizione dell’albero di Natale rimase comunque tipica delle regioni a nord del Reno: i cattolici la consideravano infatti un uso protestante ed è solo dopo il Congresso di Vienna che l’usanza prende a diffondersi su larga scala. A Vienna l’albero di Natale appare nel 1816, per volere della principessa Henrietta von Nassau-Weilburg, ed in Francia nel 1840, introdotto dalla duchessa di Orléans. In Italia la prima ad addobbare un albero di Natale fu la regina Margherita, nella seconda metà dell’Ottocento, al Quirinale e da lei la moda si diffuse velocemente in tutto il paese.

Perfino lo scrittore tedesco Johann Wolfgang Goethe contribuì alla sua diffusione: pur non essendo estremamente religioso, egli amava infatti moltissimo la tradizione dell’albero di Natale e nella sua opera più famosa, I dolori del giovane Werther, ne inserì una dettagliata descrizione. Da quel momento in poi l’abete natalizio diventerà protagonista anche nella grande letteratura.

In questo periodo, invece che essere arso, l’abete inizia ad essere addobbato ed ai frutti si preferiscono sempre più ghirlande, nastri, candeline, fino a quando alcuni fabbricanti svizzeri e tedeschi cominciarono a preparare leggeri e variopinti pendenti di vetro soffiato che diventarono di moda e costituirono l’ornamento tradizionale dell’albero natalizio.

La tradizione dell’albero di Natale, così come molte altre tradizioni natalizie correlate, rimane oggi particolarmente sentita nell’Europa di lingua tedesca (si veda per esempio l’usanza dei mercatini di Natale), sebbene sia ormai universalmente accettata anche nel mondo cattolico (che spesso lo affianca al tradizionale presepe). A riprova di ciò, la tradizione introdotta durante il pontificato di Giovanni Paolo II di allestire un grande albero di Natale nel luogo cuore del cattolicesimo mondiale, piazza San Pietro a Roma.

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