Giovanni Brusca, il noto collaboratore di giustizia che negli anni Novanta è stato reggente del mandamento di San Giuseppe Jato, considerato uno dei criminali più feroci, è tornato a parlare. Coinvolto nel processo sulla trattativa Stato-mafia, Brusca ha raccontato di come Cosa Nostra puntasse a cambiare totalmente strategia in seguito alla strage di Capaci  del 1992, in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta.

Il cambio di strategia riferito da Brusca verteva essenzialmente sul mutamento degli obbiettivi da colpire: non più stragi come quella di Capaci per colpire le istituzioni ma azioni mirate alla distruzione del patrimonio artistico (Brusca cita un attentato alla Torre di Pisa) oppure alla messa in pericolo della salute dei cittadini (ad esempio cospargendo siringhe infettate sulle spiagge di Rimini).

A portare avanti la strategia, dopo l’arresto del boss Totò Riina avvenuto nel 1993, sempre secondo quanto riferito da Brusca, sarebbe stato Leoluca Bagarella, anch’egli considerato uno dei più feroci criminali, autore molto probabilmente di centinaia di delitti, mentre a suggerire i nuovi obbiettivi da colpire avrebbe contribuito l’ex estremista di destra Paolo Bellini. Quest’ultimo sarà ascoltato dai magistrati nella prossima udienza del 24 febbraio.

Parlando di Paolo Bellini, Brusca avrebbe spiegato che la cosca sospettava di lui: ritenevano infatti che l’uomo potesse far parte dei servizi segreti. Ad un certo punto si scoprì addirittura che Bellini avesse contatti con i carabinieri. A confermare questa versione ci sarebbero anche le dichirazioni di altri testimoni, come Gioacchino La Barbera e Baldassarre Di Maggio. Il primo avrebbe dichiarato che Bellini asseriva di avere contatti con un generale dei carabinieri.

Grazie a questo contatto, Bellini era riuscito ad ottenere dei favori per alcuni detenuti in cambio dell’aiuto per il recupero di alcune opere d’arte rubate in Sicilia.

(photo credit by: Infophoto)