Il processo sulla presunta trattativa tra Stato e mafia nei terribili anni ’90, quelli delle stragi, è arrivato dunque al momento che ha provocato le maggiori polemiche e discussioni sulla sua opportunità. Il presidente della Repubblica in carica depone in un dibattimento giudiziario. Non è mai accaduto prima. Il momento è previsto per le 10 del 28 ottobre, al Quirinale. Una testimonianza blindatissima. Non sono ammessi i giornalisti e ai presenti sarà vietato portare con sé dispositivi di ripresa audio o video. Solo attraverso i verbali scritti, una volta consegnati alle parti, sarà possibile conoscere il contenuto di questa deposizione. All’udienza parteciperanno i membri della corte, i procuratori e gli avvocati delle parti civili e degli imputati, fra cui il legale di Totò Riina.

I magistrati vogliono sapere da Giorgio Napolitano se il suo ex consigliere giuridico Loris D’Ambrosio (morto nel 2012), vecchio collaboratore di Giovanni Falcone, lo avesse informato di dettagli aggiuntivi rispetto a quanto gli aveva scritto in una lettera, ora resa pubblica dalla stessa presidenza, indirizzatagli pochi mesi prima di morire. D’Ambrosio scrisse di temere di “essere stato considerato solo un ingenuo e inutile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi“.

Ci si riferisce al periodo tra il 1989 e il 1993. I Pm ritengono che ci siano stati accordi tra alti funzionari delle istituzioni e le cosche per fermare le stragi. Napolitano aveva già scritto alla presidenza della Corte, dicendo di non avere nulla da riferire. Ma il Tribunale decise comunque di chiedere la deposizione del capo dello Stato.

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