Le autorità della Turchia hanno spiccato un mandato di arresto per 47 membri attuali o passati della redazione e dirigenti del quotidiano Zaman.

I giornalisti sono accusati di fare parte delle rete di Fethullah Gulen, imprenditore e ideologo islamico, ex alleato del Presidente Recep Tayyip Erdogan, accusato di essere il mandante e l’ispiratore del fallito colpo di stato del 15 luglio.

Almeno un giornalista, l’ex editorialista Sahin Alpay, è stato posto agli arresti domiciliari nella giornata di ieri. Già lo scorso marzo il quotidiano Zaman, collegato al movimento religioso di Gulen, era stato preso d’assalto più volte dalla polizia e chiuso e commissariato dal governo.

Nel corso della scorsa settimana sono stati spiccati altri 42 mandati d’arresto, sempre per dei giornalisti, 16 dei quali sono stati incarcerati per essersi opposti agli interrogatori. In tutto sarebbero circa 13mila le persone vittime della purga che ha coinvolto il settore militare, giudiziario e accademico.

Dallo stato della Pennsylvania in cui vive in esilio Gulen ha invece accusato Erdogan di stare ricattando gli Stati Uniti in merito al suo sostegno nella lotta allo Stato Islamico al fine di garantirsi la sua estradizione, nonostante manchi qualunque prova a suo carico e non vi sia la possibilità di un processo equo: “La tentazione di consegnare a Ergodan ciò che vuole è comprensibile – ha affermato – ma l’America deve resistere”.

Dal canto suo il primo ministro Binali Yildrim in un’intervista al Wall Street Journal ha parlato di “prove evidenti” a carico di Gulen e ha accusato l’amministrazione Obama di proteggere il capo di una “setta terroristica responsabile di violenti attacchi contro il popolo turco“.

Nel frattempo il parlamento ha votato all’unanimità l’istituzione di una commissione che andrà a indagare sulle circostanze del fallito golpe militare. La commissione, che potrà indagare a suo piacimento gli indagati, alla stregua dei procuratori, comprenderà tutti i quattro partiti politici maggiori del Paese.