La Turchia è giunta a una svolta storica. Le elezioni di ieri hanno infatti decretato la fine del potere assoluto da parte di Tayyip Erdogan e del partito religioso conservatore Akp del primo ministro Ahmet Davutoglu, che deteneva dal 2002. L’Akp resta comunque il primo partito della nazione, ma il 41% di voti ottenuti non gli basta per un governo monocolore.

A questo punto si apre uno scenario incerto per il futuro politico della Turchia, segnato anche dall’immediato calo della borsa di Istanbul. L’instabilità decretata dal voto alle elezioni di ieri potrebbe portare a nuove elezioni anticipate a breve, oppure alla formazione di un governo di coalizione, che comunque non pare attualmente una via molto percorribile.

Soltanto l’anno scorso Erdogan era stato eletto con il 52% dei consensi, mentre alle elezioni di quest’anno ha visto ridimensionare di parecchio il consenso nei suoi confronti. A uscire con un risultato positivo dalle urne della Turchia è invece il partito dei curdi, l’Hdp guidato da Salahettin Demirtas, che vede crescere il suo bacino di elettori fino al 13%, un risultato mai raggiunto in precedenza; si tratta infatti della prima volta per un partito curdo all’interno del Parlamento della Turchia. Il partito repubblicano Chp ha invece totalizzato il 25% dei voti, contro il 16,5% raggiunto dai nazionalisti dell’Mhp.

Erdogan di recente aveva fatto molto discutere perché aveva negato il genocidio armeno avvenuto nel periodo tra il 1915 e il 1917 e per le sue parole contro Papa Francesco: “Quando i politici e i religiosi si fanno carico del lavoro degli storici non dicono delle verità, ma delle stupidaggini”.

Alla disapprovazione da parte della comunità internazionale a quelle affermazioni, oggi si accompagna un notevole calo di consensi anche all’interno della Turchia, che si è trasformato in un risultato per il suo partito inferiore alle aspettative. Erdogan avrebbe infatti dovuto ottenere i tre quinti dei seggi per poter sostituire l’attuale sistema parlamentare con quello presidenziale.