A quattro giorni dalle delicatissime elezioni anticipate l’atmosfera in Turchia si sta facendo irrespirabile, almeno per quanto riguarda i partiti di opposizione. Questa mattina si è verificato quello che è impossibile definire in modo diverso da un attentato alla libertà di espressione e di pensiero con tanto di firma in calce. Attorno alle otto, infatti, la polizia ha fatto irruzione con la forza nelle sedi di due emittenti televisive legate all’opposizione governativa, Bugun Tv e Kanalturk, occupando fisicamente la redazione giornalistica e la sala regia. Durante il blitz, gli agenti non si sono fatti remore di utilizzare gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere la folla composta perlopiù da giornalisti delle due televisioni e da diversi parlamentari delle opposizioni.

Le trasmissioni sono state immediatamente interrotte, nove persone sono state arrestate e due nuovi direttori sono stati nominati seduta stante dalla magistratura, che aveva fornito alla polizia il mandato. Il tutto in diretta televisiva. Le due televisioni appartengono al gruppo Koza-Ipek, lo stesso che controlla anche i quotidiani Bugun e Millet, fortemente critici nei confronti dell’operato di Erdogan. La magistratura ha deciso di mettere sotto “tutela” le testate del gruppo con la pesante accusa di “finanziare, reclutare e far propaganda” in favore dell’imam Fethullah Gulen, bollato dalle autorità turche come “terrorista” e intenzionato a rovesciare il governo.

Naturalmente, l’opinione delle opposizioni sul blitz della polizia è profondamente diverso. “Questa è una censura dei media per cercare di influenzare le elezioni“, ha accusato in diretta il direttore di Bugun tv, Tarik Toros. E va considerato che non è certo la prima volta che Recep Erdogan si premura di mettere la mordacchia alla stampa non asservita. Poco più di un mese fa, tanto per citarne una, alla rivista satirica Nokta fu riservato un analogo trattamento: irruzione della polizia, perquisizione, sequestro di tutte le copie dell’ultima edizione del magazine e arresto del direttore editoriale – il tutto perché al presidente non era piaciuta l’ultima copertina della rivista, che lo raffigurava mentre si scattava un selfie davanti alla bara di un soldato morto (ovviamente un fotomontaggio). Un oltraggio sufficiente a garantire al giornale e al suo direttore l’accusa di “propaganda terroristica”.