Fanno discutere l’Occidente le foto che arrivano dalla Turchia, a pochi giorni dal tentativo di colpo di stato fallito che ha avuto luogo nella notte di venerdì.

Gli scatti infatti ritraggono alcune delle feroci misure punitive prese dal presidente Recep Tayyip Erdogan nei confronti dei militari, poliziotti, magistrati e dipendenti statali che hanno partecipato all’azione sovversiva o che semplicemente sono sospettati di essere fedeli a Fethullah Gülen –l’imam in esilio negli Usa di cui è stata chiesta l’estradizione.

E proprio dopo aver visto gli scatti dei militari legati mani e piedi, e costretti a sedere sui pavimenti di quelle che sembrano palestre o magazzini, ecco arrivare le dichiarazioni del segretario di Stato americano John Kerry.

Il politico, che si trova al meeting dei ministri degli esteri europei, ha infatti affermato che “L’appartenenza della Turchia alla Nato potrebbe essere a rischio”. Una dichiarazione che riflette il clima di reciproco sospetto instauratosi tra Turchia e gli USA (accusati di aver fomentato il colpo di stato), in primis per la questione dell’estradizione di Fethullah Gülen, ma già da tempo in atto per l’ambiguo atteggiamento assunto da Erdogan nella lotta all’Isis e al coinvolgimento delle milizie curde.

La prova è stata la temporanea chiusura della base militare statunitense di Incirlik, usata proprio come piattaforma di lancio delle operazioni anti Isis della coalizione: il traffico aereo è stato ora riaperto, ma per circa due giorni si è respirata un’atmosfera di grande tensione.

La stessa aria tira nel resto della Turchia, dove sono in atto le purghe volute da Erdogan in segno di ritorsione contro il tentativo di colpo di stato. In totale sarebbero 7850 gli agenti di polizia che sono stati sospesi dal servizio e che hanno dovuto riconsegnare arma e tesserino; stessa sorte per circa 8700 dipendenti del ministero dell’Interno.

Anche i magistrati sono entrati nel mirino di Erdogan, dato che 2700 si sono trovati a non poter esercitare le proprie funzioni, sempre con l’accusa di far parte del gruppo di fedeli di Gülen.

Il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni ha duramente criticato quanto sta succedendo nel Paese: “La reazione della Turchia non può essere di vendetta ma gli arresti dei giudici sanno di epurazione”, ricordando che l’Unione Europea, che in ogni caso sostiene il governo democraticamente eletto, chiede maggiore moderazione e si oppone fermamente al ripristino della pena di morte che è stato paventato in queste ore.