Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan sembra essere intenzionato a mettere alle strette gli Stati Uniti, Paese che ospita Fethullah Gulen, l’ex alleato del politico accusato di aver orchestrato il colpo di stato fallito del 15 luglio.

Il leader turco, che negli ultimi giorni ha stretto una rinnovata alleanza politica ed economica con la Russia di Vladimir Putin, ha affermato che gli Stati Uniti dovranno scegliere presto da che parte stare: “O la Turchia o Gulen”, ha riportato l’agenzia d’informazione statale Anadolu nella giornata di ieri.

Barack Obama ha già ribadito che il predicatore verrà estradato solo al termine di un processo legale al termine del quale siano state rinvenute prove fondate del suo coinvolgimento nel golpe, negato più volte dal diretto interessato.

Erdogan ha risposto che sono stati inviate 85 scatole di documenti che proverebbero la sua colpevolezza. Nel frattempo il presidente turco ha annunciato che se il Parlamento approverà potrebbe essere reintrodotta la pena di morte, non si sa se con effetto retroattivo, con chiare finalità punitive. Si tratta di una decisione che potrebbe compromettere seriamente la possibilità di un’entrata nell’Unione Europea, ormai sempre più lontana.

L’opera di repulisti post-golpe continua, con il ministro dell’Istruzione Ismet Yilmez che ha fatto sapere che sono state ritirate oltre 27mila licenze d’insegnamento a cittadini ritenuti facenti parte del movimento religioso e politico di Gulen.

Un altro giallo riguarda invece l’Italia. Due colonnelli di stanza presso l’ambasciata turca in Grecia, indagati nell’ambito del golpe, sarebbero infatti scappati nel nostro Paese lo scorso 6 agosto imbarcandosi su una nave insieme alle loro famiglie.

A riferirlo è il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, che ha già informato le autorità italiane: i due si chiamano Ilhan Yasitli e Halis Tunc, rispettivamente colonnelli dell’Esercito e della Marina.

Ma la situazione in Turchia non è ancora tornata alla normalità, come testimoniano i tre recenti attentati avvenuti nel sud-est in cui vive la maggior parte della popolazione curda: gli attacchi sono stati attribuiti ai separatisti del Pkk e hanno provocato almeno 11 vittime.