Ancora segnali di tensione fra Turchia e Stati Uniti.

Il rapporto tra le due nazioni è infatti stato compromesso dal fallito colpo di stato dello scorso 15 luglio, in quanto il presidente Erdogan ha chiesto che venga estradato l’ex alleato Fethullah Gulen, da anni esiliato in Pennsylvania, considerato proprio il responsabile del golpe.

In questo momento di crisi diplomatica, acuita anche dal recente riavvicinamento tra Turchia e Russia dopo la crisi conseguente all’abbattimento di un aereo sovietico in territorio turco, gli Stati Uniti hanno dunque scelto di correre al riparo, con la decisione di spostare le venti testate nucleari che sono stoccate nella base della Nato sita a Incirlik.

La nuova destinazione degli armamentari ad alto tasso di distruzione sarebbe la base di Deveselu, in Romania, per quanto il ministro degli Esteri locale abbia negato qualsiasi coinvolgimento nella vicenda.

La sfiducia tra America e Turchia è dunque ai massimi livelli, se si pensa che la base di Incirlik si trova poco distante dal confine siriano, quindi ideale per il lancio di operazioni militari da parte di USA o Russia.

A poche ore dal golpe, con i primi sospetti antiamericani già in atto, la base sotto controllo degli Stati Uniti venne isolata dal resto del Paese tagliando l’energia elettrica, sigillandola dall’esterno e istituendo un divieto di decollo dei mezzi statunitensi. La situazione era poi rientrata dopo una manciata di ore, ma lo smacco nei confronti degli americani si è fatto sentire.

Rimane il dubbio del governo americano intorno allo spostamento delle testate nucleari, in quanto il gesto potrebbe porre fine a tutti i rapporti con Ankara, di fatto invitando un’alleanza poco gradita tra Putin ed Erdogan. Probabilmente sarà essenziale la visita del vicepresidente Joe Biden del 24 agosto, che potrebbe aprire nuove possibilità di discussione tra i due Paesi.

Nel frattempo le purghe post-golpe in Turchia si sono intensificate, con l’arresto di 29 ispettori dell’Agenzia turca per la vigilanza e la regolamentazione delle banche e di 84 accademici e 60 manager ritenuti vicini a Gulen; allo stesso tempo sono ripresi anche gli attentati dei militanti curdi, che nell’ultima settimana hanno provocato 17 morti e oltre 200 feriti.