Tra circa una settimana il Ddl Cirinnà sulle unioni civili arriverà al Senato. Visto che a Palazzo Madama i numeri della maggioranza già sono risicati, e su questo tema si devono confrontare con i centristi di Alfano – che sono sul piede di guerra contro la stepchild adoption – e i mal di pancia dei democratici di area cattolica, il premier Matteo Renzi, la ministra per le Riforme e i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi e i capigruppo del Pd Ettore Rosato e Luigi Zanda hanno deciso di comune accordo di aprire alla possibilità di ritocchi al testo in modo da ottenere l’accordo con gli altri gruppi parlamentari.

L’obiettivo è quello di ottenere il voto anche al Senato di Sel e Movimento 5 stelle – che in commissione hanno già votato il Ddl Cirinnà – e di fugare ogni dubbio sulla costituzionalità del testo. Per questo dovrebbe essere cancellati i riferimenti alla disciplina del matrimonio contenuti nel testo, mentre  i diritti, compresi quelli economici, resteranno uguali a quelli delle coppie unite in matrimonio – comprese le  agevolazioni fiscali per il partner a carico e la pensione di reversibilità. L’obiettivo è quello di chiudere la questione degli emendamenti nel giro di 48 ore.

Quando è stato chiamato in causa, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è limitato a rimandare alla sentenza della Corte costituzionale del 2010. In quell’occasione i giudici dell’Alta Corte avevano sollecitato una legge sulle unioni civili come forma di unione distinta dal matrimonio, vista la presenza dell’articolo 29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare“. Per chi sostiene il Ddl Cirinnà, il matrimonio si distinguerebbe dall’unione civile per la procreazione a la genitorialità, e questo dovrebbe essere sufficiente bastare nell’intenzione dei difensori del Ddl per considerare distinte le due istituzioni. Sul tema dell’incostituzionalità bisogna poi dire che molti pensano che “Stiamo assistendo a una drammatizzazione del nodo costituzionalità per coprire divergenze essenzialmente politiche. In realtà il Parlamento ha ampi margini di manovra nel rispetto della sentenza della Consulta del 2010” – la citazione è di Stefano Ceccanti, costituzionalista vicino al governo ed ex senatore del Pd.