La legge sulle unioni civili è un miracolo politico se si considera la maggioranza che l’ha approvata ieri alla Camera in via definitiva raccogliendo 369 voti a favore e 193 contrari. Le polemiche sulla sua incompiutezza (e su alcuni inghippi giuridici che potrebbero derivarne) sono legittime quanto in definitiva secondarie.

Francamente, tirare in ballo la virtuale possibilità di bigamia e le mancate aggravanti per omicidio del partner – per giunta paragonandole all’istituto del matrimonio, dunque a quella pietra di confronto che si è sempre voluta eliminare dal dibattito – fa un po’ ridere. Se ci sono delle strozzature, andranno corrette. Non è quello il punto.

Il punto, semmai, è non saper apprezzare il traguardo storico. Il “benaltrismo” intorno agli intricatissimi territori dei diritti è infatti il più indigesto esercizio pseudo-intellettuale che esista. Perché nel combattere una discriminazione si ammanta di “puzzo” di privilegio. Nella vita bisogna arricchirsi delle battaglie vinte, anche se tragicamente mutilate, per alzare il livello del dibattito e marciare verso un quadro ancora più favorevole. L’Italia non è il Paese del “tutto o niente” ma del “meglio di niente”. Un quadro di partenza sconfortante, certo. Ma se si sa scegliere una direzione, quel meglio di niente può cambiare le cose più di quanto una strategia del primo tipo, senza macchia e senza paura, potrebbe mai ottenere.

Un risultato del genere viaggia dunque in questa direzione. Alza l’asticella dell’uguaglianza – per quanto non ancora in modo universale e dunque mantenga i cittadini separati in Serie A e Serie B – in un Paese storicamente a maggioranza conservatrice. Basti vedere che, anche oggi e nonostante l’immobilismo a cui hanno condannato il Paese fino al 2011, i partiti di centrodestra otterrebbero la maggioranza in molti importanti comuni al voto il prossimo 5 giugno, se si presentassero alle urne accartocciati in un unico cartello. Questo anche per responsabilità culturale delle forze del (presunto) centrosinistra, che non hanno saputo, negli anni al governo e con maggioranze altrettanto sgangherate rispetto a quella odierna, mettere nero su bianco la lunga cantilena di impegni e, tornando alla notizia di oggi, non hanno saputo approvare quando sarebbe stato giusto farlo quelle sigle, dai Pacs ai Dico.

Acronimi guarda caso volatilizzati per sintetizzarsi nel semplice “unioni civili”: certe volte le formule scelte per etichettare un progetto raccontano meglio di altri elementi la loro serietà. Oggi, insomma, quel ritardo culturale s’interrompe. O almeno rallenta.

In molti, in queste ore, parlano dell’approvazione definitiva delle unioni civili come di un risultato politico da spendere sotto elezioni. Ci mancherebbe: è giusto e sacrosanto che chi è riuscito a sbloccare, seppur parzialmente, un quadro vergognoso ne rivendichi il merito di fronte a tutto l’elettorato. D’altra parte se ne parlava da così tanti anni, e il ddl Cirinnà ha vissuto un percorso talmente sconnesso, che non era affatto detto ci si arrivasse proprio a un mese dalle elezioni amministrative e nella fase di lancio della campagna per il referendum costituzionale di ottobre. Se così è stato, buon per chi ci ha messo la firma. Gli altri seppelliscano la testa nella sabbia dei loro pregiudizi.

Insomma, da oggi l’Italia e gli italiani per bene – quelli che anche se hanno posizioni diverse mai si sognerebbero di calpestare la dignità altrui – possono aggiungere un colore al loro arcobaleno quotidiano. E vi spiego perché. A me piace guardare alla strada. L’ho sempre fatto perché ho cominciato dalla cronaca locale. Penso alle discussioni da bar, alle chiacchiere negli spogliatoi delle palestre (luoghi di primaria frustrazione omosessuale per maschi e femmine), alle battute del panettiere sotto casa. Ma anche alle oneste discussioni fra amici di fronte alla pizza del sabato sera. Approvare una legge, oltre al riconoscimento dei diritti, serve (almeno un po’) a ripulire il dibattito pubblico minimale, interstiziale, quotidiano dalle schifezze linguistiche sulle quali un Paese machista e omofobo è sdraiato. Da oggi anche noi, che a quella retorica cerchiamo da sempre di opporre le parole dell’uguaglianza, abbiamo una freccia in più al nostro arco.