Stamattina avremmo potuto, o dovuto, svegliarci con una legge sulle unioni civili. Almeno in prima lettura ma verso un passaggio alla Camera con numeri più rassicuranti. Una legge che, come tutte quelle che toccano la vita vera delle persone, si limitasse – come accade ormai in tutta Europa – a osservare la realtà. E a bilanciare gli squilibri, le ingiustizie e le discriminazioni che la legislazione, costantemente all’inseguimento dei passi quotidiani che ciascuno di noi compie, ha creato per via della sua latitanza.

Così non è stato. Siamo scesi dal letto più nauseati che mai, col sapore di un incubo che non passa mai. Non solo per il cuore della questione ma, come sempre, per il metodo che ha partorito la giornata di ieri, a sua volta figlia di mesi di disinformazione e terrorismo mediatico. Mesi – ma che dico, anni, dai Pacs di Anna Finocchiaro ai Dico di Romano Prodi fino ai dimenticabili Didore sfornati niente meno che da Renato Brunetta – inquinati dai professionisti del fondamentalismo. Già, perché gli estremisti non popolano solo le file dell’Islam ma vivono, nascosti dietro abiti e cause diverse, le latitudini di tutto il mondo, sotto ogni vessillo e ogni credo. Qualcuno ha la cravatta, qualcun altro un turbante, ad altri ancora piacciono fucili e pistole. Cambiano i territori di confronto, non le dinamiche di un’interpretazione delle vite – rigorosamente degli altri – a senso unico.

Dunque cosa ci aspettavamo di diverso dal doloroso naufragio di ieri? Diciamoci la verità: speravamo giusto che il percorso, così lungo, tossico e sfiancante, conducesse verso un inevitabile finale. Niente da fare: bisognerà aspettare un’altra settimana, l’ennesima, e chissà quali ulteriori compromessi al ribasso. Dimenticavamo infatti che intorno a questi provvedimenti una miriade di partitucoli e personaggiucoli lucrano come parassiti all’interno delle fratture dell’opinione pubblica, giocandosi l’1% alle prossime politiche o qualche consigliere comunale alle prossime amministrative. Quelli sono gli interessi: le poltrone, il clientelismo, strappare privilegi, chiamare lavoro un paio di convegni riempiti di parole di circostanza e due firme su un atto che neanche si conosce. Non certo l’armonia di un Paese, il senso civico di una cittadinanza, il futuro di una comunità. Una missione. Poveri imbecilli, gli italiani. Pure quelli che da quell’inquinamento non sanno salvarsi.

Il percorso, si diceva, è stato tossico. Dalle bufale sui costi delle pensioni di reversibilità al messaggio, martellato senza sosta, che il ddl Cirinnà si occupasse di adozioni alle coppie omosessuali. Sarebbe stato bello oltre che utile e sensato che così fosse. Semplicemente, non è vero. Si parla solo dei bambini, di fornire loro una continuità affettiva quando cresciuti da una coppia omosessuale in cui uno dei due componenti sia il genitore biologico. Anche in questo caso, la giurisprudenza ha superato a destra il dibattito parlamentare, estendendo in più occasioni la stepchild adoption prima alle coppie etero non sposate poi a quelle omosessuali. Stessa musica sul cosiddetto “utero in affitto”. Su questo ha sbagliato, non poco, Matteo Renzi, dichiarandosi qualche giorno fa contrario alla maternità surrogata e dunque legittimando l’argomento sul tavolo di questo specifico disegno di legge. Semplicemente citare quella pratica, su cui ciascuno ha le proprie convinzioni, ha costruito il paradosso che ha condotto al probabile naufragio: gli italiani hanno discusso per settimane di un disegno di legge inesistente. Il ddl Cirinnà non era ciò di cui si parlava nei talk show, a cena con gli amici, al bar sotto casa, in ufficio.

Il premier ha compiuto anche un altro errore. Ha voluto tenere un piede dentro e uno fuori dal cerchio. Ha delegato la faccenda al Parlamento – com’è formalmente giusto che sia – senza metterci la faccia fino in fondo. Dunque non si è speso neanche per ricucire le sempreverdi fratture che spezzano il corpaccione del Pd su ogni provvedimento che comporti un voto minimamente divisivo. Stavolta non è stata la minoranza “di sinistra”, chiamiamola così, a mettersi di traverso ma quella cattodem capitanata da Beppe Fioroni.

Trovare prima un punto d’incontro nel gruppo parlamentare al Senato e poi presentarsi in aula compatti certo avrebbe aiutato in due direzioni. Da una parte a evitare un barbecue a base di canguro, cioè a non aver bisogno del maxi-emendamento ora congelato perché non avrebbe i voti, e dall’altra a sottrarsi dalle turbocontraddizioni di un Movimento 5 Stelle sul quale non rimangono obiettivamente commenti possibili. Lo scopo resta, inossidabile, quello di disarcionare Renzi o chi per lui, di “mandarli tutti a casa”  anche se, per sbaglio o per caso, nel frattempo si potrebbe dare una mano a far entrare questo Paese nel XXI secolo. Anche se, per sbaglio o per caso, anche i grillini fanno ormai parte di quei “tutti” che vivono il palazzo come se nei cavilli dei regolamenti parlamentari si esaurisse l’esistenza delle persone.