Ieri è arrivata la notizia che gli Usa riprenderanno le relazioni diplomatiche con Cuba ed intendono  mettere la parola fine ad un embargo economico, commerciale e finanziario che dura dall’inizio degli anni Sessanta. Un annuncio storico del presidente Obama – che si scontra ovviamente con l’opposizione dei repubblicani che controllano entrambi i rami del parlamento Usa -, di cui bisognerà vedere nel tempo cosa realmente accadrà.

Dietro gli annunci ci sono sicuramente un lungo lavoro politico – in cui ha portato il suo contributo anche Papa Francesco -, e la convinzione della lobby economica dei cubani in Florida che ormai l’embargo sia inutile. Secondo chi conosce bene le vicende dell’isola caraibica, prima di tutto ci sono delle ragioni economiche: la crisi venezuelana avrebbe un ruolo determinante nell’accelerazione di questo processo di avvicinamento tra i due paesi – così vicini, ma anche così lontani.

Il regime cubano riceve ogni giorno, da ormai quasi 15 anni, un gentile regalo dal regime venezuelano: 110.000 barili di petrolio, che il governo utilizza per il funzionamento dei servizi essenziali del paese – ed in parte rivende ai paesi vicini, ottenendo risorse importanti. Il crollo del prezzo del petrolio sta spingendo il Venezuela verso una catastrofe economica:  l’inflazione ormai ha superato il 60%, le minori entrate per le esportazioni di greggio hanno causato una carenza di liquidità – in dollari o in euro – che ha provocato una carenza di beni di prima necessità così come di prodotti per le imprese locali, che hanno finito per limitare la capacità produttiva.

I problemi che attraversa questo paese hanno sicuramente accelerato i tempi dell’apertura di un canale di comunicazione verso gli Usa - che potrebbe servire molto,  in particolare se non arrivassero più quei barili di greggio. Insomma, il riavvicinamento è soprattutto un problema legato alla sopravvivenza dell’isola.

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