Uno studio commissionato da Mediobianca e riservato ai propri clienti indicherebbe un risparmio di 8 miliardi in caso di uscita dall’euro: a riferirlo è il Giornale in un articolo a firma di Nicola Porro. Nell’analisi si esegue un calcolo ragionato di costi e vantaggi del ritorno alla vecchia moneta italiana, che sarebbero notevoli, ma progressivamente sempre più cari, nel caso si aspetti ancora a lasciare la moneta unica europea. Il primo fattore primo in considerazione è il Pil, e quello italiano conta un differenziale rispetto a Germania e Francia inferiore del 20%: negli ultimi 8 anni la produttività italiana è scesa di sette punti percentuali, con conseguenze ravvisabili nei sempre maggiori debiti che affossano le banche. Il debito pubblico dunque cresce, e in Italia l’avanzo primario è il più alto d’Europa, con lo Stato che non riesce a incamerare quanto incassato dalle tasse a causa degli interessi sul debito. Un circolo vizioso che potrebbe essere inasprito dai tassi di interesse, finora rimasti stabili, ma che in Europa sono cresciuti mediamente dell’1 percento. Tra le soluzioni ci sarebbe quella della rinegoziazione del debito, con allungamento delle scadenze o riduzione delle cedole, con effetti sui titoli di Stato imprevedibili. Lo studio arriva dunque all’ipotesi di una riconversione alla lira, prevedendo tre ipotesi relative al debito. Nella prima si ipotizza che non si cambi la valuta per quanto riguarda 900 miliardi del debito pubblico, vincolato ad alcuni accordi europei. Una sorta di una soluzione mista. La seconda invece prevede che la Banca d’Italia riacquisti la sovranità, con la terza collegata, che suggerisce una svalutazione della lira del 30 percento: in tutto l’uscita dall’euro farebbe risparmiare 8 miliardi. Ma l’operazione è correlata all’emissione dei nuovi titoli del debito pubblico che non potranno essere convertiti in lire, rendendo dunque svantaggioso il ritorno e la conversione del debito nella vecchia moneta. Più passa il tempo, afferma lo studio di Mediobanca, e più il vantaggio finanziario si assottiglia.”

Nell’analisi si esegue un calcolo ragionato di costi e vantaggi del ritorno alla vecchia moneta italiana, che sarebbero notevoli, ma progressivamente sempre più cari, nel caso si aspetti ancora a lasciare la moneta unica europea.

Il primo fattore primo in considerazione è il Pil, e quello italiano conta un differenziale rispetto a Germania e Francia inferiore del 20%: negli ultimi 8 anni la produttività italiana è scesa di sette punti percentuali, con conseguenze ravvisabili nei sempre maggiori debiti che affossano le banche.

Il debito pubblico dunque cresce, e in Italia l’avanzo primario è il più alto d’Europa, con lo Stato che non riesce a incamerare quanto incassato dalle tasse a causa degli interessi sul debito. Un circolo vizioso che potrebbe essere inasprito dai tassi di interesse, finora rimasti stabili, ma che in Europa sono cresciuti mediamente dell’1 percento.

Tra le soluzioni ci sarebbe quella della rinegoziazione del debito, con allungamento delle scadenze o riduzione delle cedole, con effetti sui titoli di Stato imprevedibili.

Lo studio arriva dunque all’ipotesi di una riconversione alla lira, prevedendo tre ipotesi relative al debito. Nella prima si ipotizza che non si cambi la valuta per quanto riguarda 900 miliardi del debito pubblico, vincolato ad alcuni accordi europei. Una sorta di una soluzione mista.

La seconda invece prevede che la Banca d’Italia riacquisti la sovranità, con la terza collegata, che suggerisce una svalutazione della lira del 30 percento: in tutto l’uscita dall’euro farebbe risparmiare 8 miliardi.

Ma l’operazione è correlata all’emissione dei nuovi titoli del debito pubblico che non potranno essere convertiti in lire, rendendo dunque svantaggioso il ritorno e la conversione del debito nella vecchia moneta. Più passa il tempo, afferma lo studio di Mediobanca, e più il vantaggio finanziario si assottiglia.