A Vasto si continua a discutere dell’omicidio di Italo D’Elisa, il 22enne che nella giornata di ieri è stato ucciso da Fabio Di Lello, il marito della donna che era stata investita dal ragazzo quasi un anno fa.

La comunità si è divisa e sono in tanti che intervengono sull’argomento, più o meno puntualmente. Tra questi vi è anche l’arcivescovo Bruno Forte, della diocesi di Chieti – Vasto, il quale ha stigmatizzato la lentezza della giustizia, che avrebbe potuto evitare la tragedia, se si fosse mossa in tempi adeguati: “La prima cosa che sento è un senso di grande dolore per le tre vite spezzate, quella della ragazza, del giovane ucciso ieri e dell’assassino che ormai, dopo quello che ha  fatto, ha una vita distrutta e sconvolta per sempre. La magistratura deve fare il suo corso ma nel modo più rapido possibile. Una giustizia lenta è un’ingiustizia”.

Italo D’Elisa, nonostante l’incidente stradale fosse avvenuto a luglio, avrebbe dovuto essere interrogato a giorni. Ma per Fabio Di Lello il tempo trascorso era stato fin troppo, e il suo dolore troppo grande.

Tre i colpi di pistola esplosi dal vedovo, che non era mai riuscito a perdonare il responsabile della morte della moglie e che, stando al suo legale Giovanni Cerella, sarebbe stato provocato a più riprese: “Italo D’Elisa, dopo l’incidente, non ha mai chiesto scusa, non ha mostrato segni di pentimento. Anzi, era strafottente con la moto. Dava fastidio al marito di Roberta. Quando lo incontrava, accelerava sotto i suoi occhi”.

Vedere spesso e volentieri il ragazzo per il paese non aveva contribuito a pacificare Di Lello, per quanto questi non sembrasse essere incline a una vendetta del genere: “D’Elisa tre mesi dopo l’incidente aveva ottenuto il permesso per poter tornare a guidare la moto, perché gli serviva per andare a lavorare. Fabio era sotto shock, era depresso per la perdita della moglie, andava molto spesso al cimitero, pensava giustizia non fosse stata fatta ma incontrandolo non ho mai avuto l’impressione che stesse ipotizzando una vendetta. Sono rimasto sbalordito quando ho saputo. Lui non aveva dimestichezza con le armi”.

Ma secondo l’avvocato del ragazzo ci sarebbe stato un vero e proprio intento persecutorio nei confronti della vittima: “Non si è trattato di un delitto d’impeto. D’Elisa è stato seguito, perseguitato, in un diabolico piano criminale“.