Certo Nichi Vendola e il suo compagno Eddy Testa hanno sfoderato – o meglio, subìto, visto che i tempi non erano ovviamente programmabili – un tempismo micidiale. Il loro Tobia Antonio è venuto al mondo sabato scorso, in piena tempesta post-unioni civili, quando il dibattito parlamentare non trovava e ancora non trova nulla di meglio da fare che cianciare su una nuova legge sulle adozioni per etero e omosessuali. Un provvedimento, che si vorrebbe esteso anche ai single, a cui non si potrà con tutta evidenza mettere mano nel corso di questa legislatura, regalato alle chiacchiere televisive solo per cercare di ricucire l’enorme mutilazione a cui è andato incontro il ddl Cirinnà. Ma questa è un’altra storia.

Quella del piccolo, nato in California da una gestazione per altri portata avanti da una donna indonesiana con passaporto statunitense e il cui padre biologico della coppia è Testa, il compagno italocanadese del leader di Sel, è invece la storia che sta dividendo in queste ore il Paese. Un po’ per il tempismo, lo dicevamo. Un po’ perché proprio intorno alla pratica mestamente battezzata dell’“utero in affitto” si è concentrata nei mesi scorsi e anche in queste ore buona parte del vergognoso dibattito intorno alle unioni civili.

Per alcuni, come il sottoscritto, la surrogazione di maternità c’entrava poco o nulla col ddl Cirinnà che si occupava, nella sua stesura originaria, della continuità affettiva dei bambini voluti e cresciuti da coppie omosessuali. Per intenderci: che lo vogliamo o meno Tobia Antonio vivrà con il papà biologico Testa e con Vendola, per lui formalmente “signor nessuno”, nella loro casa di Terlizzi, Puglia. Fine. Questo è un dato di fatto come lo sono quelli di molte altre situazioni, dai figli avuti da precedenti relazioni a quelli frutto della fecondazione assistita all’estero per single o coppie dello stesso sesso. Le buone leggi dovrebbero prendere atto di ciò che pulsa nella realtà e tentare di regolamentarne le dinamiche secondo principi di libertà e dignità personale. La legge sulle unioni civili, pure un risultato storico nell’Italia del Vaticano, lo ha fatto solo su un versante, sezionando a forza una parte di quell’universo affettivo.

Com’è evidente dal caso di Vendola, sul quale si è scatenata una polemica da voltastomaco, lo stralcio della stepchild adoption è stata dunque una non soluzione a un problema che d’altronde non si poteva e voleva affrontare con quel provvedimento. Uno schermo ideologico, nulla di più. Da una parte ha infatti illuso i soliti teocon in salsa locale che così si ponesse un argine all’adozione di questa pratica – come se Montecitorio deliberasse per l’universo mondo – dall’altra ha invece reso ben chiaro come, se la gestazione per altri è perfettamente legale all’estero, non è certo negando i diritti a tutti i genitori di fatto che sia possibile arginarne il ricorso. Né tantomeno lasciando la questione alle decisioni dei giudici. Pura logica, al netto di ogni legittima posizione personale.

La faccenda ha spinto a intervenire anche la presidente della Camera Laura Boldrini, che condannando le oscenità fioccate nelle ore seguenti alla notizia – dall’“orfano di madre” al “disgustoso egoismo” passando per il caos di voci sul presunto costo di una simile operazione – ha detto di avere “molte riserve sulla maternità surrogata”. Riferendosi in particolare allo sfruttamento di donne nei Paesi in via di sviluppo: in molti ricordano ancora il caso dei due gay australiani che rifiutarono un gemello down, lasciandolo alla mamma thailandese. Era il 2014. La situazione del leader di Sel e del suo compagno pare essere stata nettamente diversa.

La questione conclusiva riporta tuttavia alla solita faccenda sul perimetro dei diritti e sulla possibilità di concederseli anche quando non sarebbero riconosciuti, allargando e restringendo le maglie della legislazione in base alle proprie possibilità economiche e alle proprie influenze. Creando così nuove fratture all’interno di fasce di popolazione già discriminate. In altre parole il ricorso alla maternità surrogata, come molte altre pratiche vietate in Italia ma i cui atti vengono poi riconosciuti dall’ordinamento nostrano, è una strada riservata solo a chi se lo può permettere o no? Non è forse questo il dato che rimane centrale, se la madre ha concluso la gravidanza nel rispetto delle regole locali e in situazioni di volontarietà e non lucrative? Non è forse chiaro che bloccare la stepchild adoption non bloccherà (se davvero, senza entrare nel dettaglio, lo si vuole vietare) l’utero in affitto per pochi, che pure vi hanno fatto ricorso laddove era consentito farlo, ma una vita normale per moltissime famiglie?