Una sentenza della Cassazione che si trasforma in un severo “j’accuse” nei confronti del fenomeno della violenza sul web e dei social network in generale. “La violenza che arriva attraverso il computer, raggiungendo, ad esempio, il bambino all’ora in cui è nella propria stanza a giocare con gli amichetti, può essere anche più subdola e pericolosa di quella cui può essere esposto a scuola, in palestra, per strada o tra la gente“, secondo i giudici della Suprema Corte, che spiegano: “In tali ultimi casi, infatti, un bambino è sottoposto ad una vigilanza e ad una protezione familiare e sociale che inevitabilmente, invece, si allenta – e può intervenire, come nei casi che ci occupano, solo successivamente ai fatti in un ambito di controllo ‘ex post’ dell’operato dei figli – quando il minore è nel chiuso della sua stanza, apparentemente al sicuro dalle insidie degli estranei“. La conclusione, se possibile, è ancora più cruda. “La violenza o gli atti sessuali virtuali con minorenni non sono necessariamente caratterizzati da una minore gravità rispetto a quelli reali“.

Alla base del ragionamento dei giudici della Corte di Cassazione si trova l’equiparazione dell’utilizzo di internet, e dei social network in particolare, alle più classiche forme di comunicazione e interazione sociale, che in alcuni casi sono state addirittura sostituite dalle prime. “Si usa il computer, il tablet, lo smartphone, per raggiungere gli amici, ma anche per studiare, per giocare, per tenersi informati. I social network, che piaccia o no, costituiscono una forma di socializzazione che si è affiancata, quando non li ha patologicamente sostituiti, ai tradizionali strumenti con cui si allacciavano e si intrattenevano i rapporti interpersonali“. In altre parole: se la comunicazione via social network è universalmente riconosciuta come analoga a quella tradizionale, allora anche i crimini perpetrati attraverso quello strumento non possono essere giudicati con minore severità.

A muovere i giudici della Cassazione verso questa sentenza è stato il caso di un cinquantenne campano, condannato già in primo grado a 12 anni di reclusione (poi ridotti a 9 in appello) per atti sessuali con due bambine di nove e undici anni attraverso social network e webcam.