Non si placa la violenza sulle donne. Il 2012 si è chiuso con la morte, dopo 2 settimane di agonia, della studentessa indiana 23enne violentata su un autobus, sotto gli occhi del fidanzato e uno stupro di gruppo ai danni di una 45enne, sempre in India, e già le cronache del 2013 registrano nuove violenze, a tutte le latitudini.

La notte di San Silvestro, un marocchino di 20 anni ha tentato di abusare di una coetanea italiana nei bagni della discoteca Baita al Lago, a Castelfranco, in provincia di Treviso. Sono le 3 di notte. Sulla pista ancora si fa festa. Il marocchino segue la ragazza in bagno e l’aggredisce. Nonostante il rumore, i suoi amici sentono le urla e la soccorrono liberandola dal suo aguzzino, arrestato dai carabinieri. Verrebbe da dire che è stata salvata prima che succedesse l’irrimediabile ma l’irrimediabile è già accaduto: l’incubo durato una manciata di minuti la perseguiterà tutta la vita.

E ci sarà sempre qualcuno pronto a puntarle il dito contro: avrà provocato con atteggiamenti maliziosi o abiti succinti il suo aggressore. Anche se involontariamente, la colpa sarà comunque sua e non del poveraccio che non è stato in grado di dominare i suoi istinti animali. E’ questa, forse, la ferita più dolorosa. Questo senso di colpa che una mentalità gretta e retrograda, ma ancora molto diffusa nel terzo millennio, ti appiccica addosso solo per il fatto di essere nata donna, uno strano frutto del peccato.

Non c’è solo la violenza sessuale nel corollario di vessazioni che subiscono le donne: maltrattamenti, annullamento psicologico, persecuzioni da sconosciuti ma, sempre più spesso, da chi ci sta accanto, da chi dice di amarci. Come si fa a reagire? “Uscire dalla violenza non è facile”, spiega Fabio Roia, magistrato della Sezione penale Soggetti deboli del Tribunale di Milano. “La donna riesce a uscire solamente se trova una rete di protezione globale che le dia una tutela, innanzi tutto fisica, poi psicologica, giuridica e, anche, economica”.

Molte donne, però, stentano a denunciare i loro aguzzini o, se lo fanno, poi ritrattano. “Non si può risolvere tutto per via normativa. Occorre lavorare sulle persone. Noi vediamo che laddove c’è una rete di protezione globale aumentano il numero di denunce. Molte volte queste denunce vengono ritrattate o perché la donna si sente debole, per esempio non ha un luogo dove andare o non ha un lavoro e, quindi, preferisce tornare con il suo aggressore; oppure perché i processi vengono celebrati troppi anni dopo gli eventi e, quindi, ci troviamo di fronte a persone completamente diverse. Per cui, magari, ciascuno ha avuto un percorso di vita autonoma e la donna preferisce perdonare ancora una volta”.

Più che la magnanimità del perdono giocano la paura di non essere credute o di ritorsioni o l’umiliazione di ripercorrere quel calvario davanti a tutti. “Ma se sono opportunamente assistite e preparate, quindi tutelate dal punto di vista della psicologia e della conoscenza degli strumenti, tendono, invece, a fare dichiarazioni fortemente accusatorie”. Per quanto riguarda l’umiliazione “dipende come viene condotto il processo. Se viene condotto in maniera intelligente può essere una rivalutazione della loro sofferenza. Cioè, l’istituzione forte, quella giudiziaria riconosce la sofferenza anche attraverso una pronuncia di condanna. Dipende dall’intelligenza del giudice. I giudici devono aiutare”.

Da qualche anno esiste la legge sullo stalking ma le donne continuano a morire per mano dei loro stalker. “Io non credo sia un problema di legge. Lo strumento giuridico è buono e deve essere applicato. Il problema è che non siamo in grado, e mi riferisco a tutti gli operatori giudiziari, dalla polizia giudiziaria al pubblico ministero al giudice, a fare una reale valutazione del rischio che può correre la donna. Nel senso che non abbiamo strumenti, se non quelli empirici che ci derivano dalle nostre conoscenze che, però, non sono specialistiche, per capire se un caso è a rischio omicidiario oppure no. Posto che non si può tenere, ovviamente, in fase cautelare tutte le persone in stato di custodia, molte volte, proprio perché sbagliamo la valutazione del rischio e della gravità del caso, si verificano questi eventi drammatici. Il nostro sistema non prevede la possibilità di effettuare consulenze di natura criminologica o personologica sull’autore di questo genere di reati”.

A proposito di sistemi giudiziari, mentre a Nuova Delhi è in corso il processo a carico di 5 dei 6 presunti stupratori della studentessa diventata simbolo della violenza sulle donne, in un villaggio al confine con il Butham, gli abitanti hanno tentato di farsi giustizia da soli. Il deputato Birkam Singh Brahma, in visita per motivi politici, è stato prima percosso e poi denudato da un gruppo di donne, richiamate dalle urla di una loro concittadina aggredita dall’uomo politico. In suo soccorso è arrivata la polizia che lo ha tratto in arresto mentre un gruppo di uomini tentava di dare alle fiamme la sua auto.

Non ultima la beffa di una legge statunitense, di derivazione inglese, redatta nel 1872. Julio Morales, condannato a 3 per stupro, è stato assolto in appello da una corte californiana. L’uomo si era infilato nel letto di una donna, addormentata, fingendosi il fidanzato. Al risveglio, il mattino dopo, lei si era accorta di aver fatto sesso con un altro. Secondo la legge del 1872, di cui è stata chiesta la revisione, il reato non sussiste, anche se la donna è stata ingannata, perché nubile. Se fosse stata sposata, invece, sarebbe stato stupro. E’ al quanto singolare che la vittima abbia scambiato uno sconosciuto per il fidanzato ma, ancora una volta, la legge si dimostra espressione di un’inveterata mentalità secondo la quale la responsabilità è sempre della donna.