“Come devo votare per le regionali?” è stata la domanda più gettonata in questa tornata elettorale. Presidenti e scrutatori di seggio si profondono in spiegazioni, con esempi pratici, scheda alla mano, nell’assoluto rispetto della par condicio. Gli elettori, però, restituiscono uno sguardo vuoto, che vaga spaesato tra il lenzuolo verde su cui dovranno apporre la propria preferenza e la cabina elettorale che li attende, per custodirne la segretezza. Matita copiativa stretta in mano, passo incerto, si avvicinano alla tenda numerata, alquanto confusi. C’è l’avranno fatta a sciogliere il terribile enigma? Oggi pomeriggio la sentenza.

La pratica del voto disgiunto è utilizzata, soltanto, per le consultazioni regionali e per quelle comunali, limitatamente ai Comuni con più di 15.000 abitanti. Tale opzione permette di votare sia il candidato presidente, sia un partito collegato a una lista avversaria, esprimendo, anche, la preferenza sul consigliere regionale. Naturalmente, si può votare, anche, un partito delle medesima lista del candidato presidente, o anche solo un partito. Detta così sembra che la scheda diventi un guazzabuglio di segnacci.

Facciamo degli esempi pratici. Opzione A: candidato presidente, partito della lista avversaria. Posso mettere una crocetta su Umberto Ambrosoli come presidente e, contemporaneamente, votare la Lega Nord, partito collegato alla lista antagonista. Opzione B: solo il candidato presidente. Ad esempio metto una crocetta su Roberto Maroni. Opzione C: candidato presidente di una lista e preferenza al consigliere di un’altra. Voto Silvana Carcano presidente, Movimento 5 Stelle e dò la mia preferenza a Giulio Cavalli di Sel, collegato alla lista che sostiene Ambrosoli, come consigliere. Opzione D: solo il partito di una lista. Traccio una X sul simbolo di Casini Unione di Centro. In quest’ultimo caso il voto, automaticamente, va, anche, a Gabriele Albertini, candidato sostenuto da quel partito.

Tutto chiaro? Anche no. E’ stata la risposta più frequente. A molti questo voto disgiunto è sembrata una complicazione inutile. Perché mai un elettore che sostiene un candidato di centrosinistra dovrebbe votare, anche, per un partito di centrodestra, o viceversa? Esiste un berlusconiano che vota Roberto Maroni presidente e indica come preferenza Giulio Cavalli di Sel? Oppure un grillino che vota la Carcano e poi barra la casella del Popolo delle Libertà? Il più famoso disgiuntista d’Italia è il giuslavorista Pietro Ichino, montiano di ferro che ha dichiarato di aver votato Ambrosoli come presidente della Lombardia. Film di fantapolitica a parte, la maggior parte dell’elettorato italiano si chiede quale sia l’utilità di questo voto disgiunto.

La Lombardia è considerata, dagli analisti politici, l’Ohio d’Italia: se negli Usa, lo stato del Midwest vede, sempre, repubblicani e democratici sul filo di lana per la conquista della Casa Bianca; nella regione del nord Italia, dove Pd e Pdl sono in equilibrio precario, sono in palio 47 seggi su 315 e il vincitore se ne accaparra ben 26.

Occhi puntati sullo scrutinio delle regionali di questo pomeriggio in Lombardia, Lazio e Molise. Se non verrà ribaltata la situazione di empasse di Camera e Senato, non ci sarà altra soluzione che tornare di nuovo alle urne. Sarebbe ora che i nostri politici la smettessero di giocare con supereroi, bamboline e giaguari e si facessero delle domande serie.