All’indomani della condanna a 35 anni di carcere per aver girato a Wikileaks centinaia di migliaia di documenti riservati dell’intelligence americana, Bradley Manning ha annunciato, in una lettera alla Nbc, di voler cambiare nome e connotati. Fin qui nulla di così strano, anche se di solito per rifarsi le generalità bisogna aspettare il termine della pena. Il problema è che Manning vorrebbe farsi chiamare “Chelsea”, che non è solo la denominazione di un quartiere posh di Londra e del relativo club calcistico, ma anche e soprattutto un nome femminile. Il soldato Manning, insomma, vuole diventare donna.

Mentre transito in questa nuova fase della mia vita, voglio che tutti sappiano chi sono veramente. Desidero essere sottoposto a una terapia di ormoni il prima possibile. Mi auguro che appoggerete la mia decisione. Chiedo che a partire da oggi mi chiamiate con il mio nome femminile, Chelsea Manning. Mi sento donna e così mi sono sempre sentita

“Free Bradley”, recitava lo slogan dei suoi sostenitori. In un certo senso, li ha presi in parola. L’omosessualità di Bradley Manning era stata resa nota anche durante il processo: la difesa intendeva evidenziare le enormi pressioni psicologiche che l’ex analista aveva dovuto sopportare durante il periodo trascorso sotto le armi, dal momento che tutti i soldati sono tenuti a rispettare la bizzarra regola del “don’t ask, don’t tell” (“non chiedere, non dire”). Ora Manning non fa più parte dell’esercito, da quale è stato cacciato con disonore – e che, peraltro, ha già fatto sapere che non finanzia operazioni per cambio di sesso né trattamenti ormonali. Forse la decisione di rivelare la sua natura femminile proprio all’indomani della sentenza, oltre che un atto di chiarezza verso l’opinione pubblica americana, rappresenta l’ultimo e definitivo sberleffo a una delle più bigotte istituzioni terrestri. O forse deve aver letto da qualche parte che le talpe sono ermafrodite.