Non troveranno nulla contro di me“, aveva preconizzato Massimo Bossetti ai tempi del suo arresto con l’accusa di aver ucciso Yara Gambirasio. La frase non può che tornare alla mente, quando si viene a sapere che le analisi condotte dai carabinieri del Ris di Parma, agli ordini del colonnello Giampietro Lago, sull’automobile, sul furgone, sugli abiti e sugli oggetti sequestrati all’unico indagato non hanno permesso di individuare alcuna traccia della giovane vittima. Né materiale biologico, né fibre, né impronte digitali. Questo è quanto risulta dalle prime indiscrezioni seguenti alla deposizione della relazione degli stessi Ris presso gli uffici di Letizia Ruggeri, il pm a capo dell’inchiesta.

In realtà, a tre anni e mezzo dal delitto – le analisi sono iniziate lo scorso luglio e sono durate cinque mesi – gli inquirenti non pensavano di trovare tracce di Yara. Si è di fatto trattato di un pro forma di garanzia, a tutela dell’accusa quanto della difesa, e infatti sono state condotte in contraddittorio, ovvero alla presenza dei consulenti genetisti di Bossetti e quelli della famiglia Gambirasio. Sono stati scandagliati minuziosamente sia il furgone Iveco Daily (secondo la tesi dell’accusa, il mezzo sul quale sarebbe stata caricata la 13enne prima dell’assassinio) e il Volvo di Bossetti, più i 34 oggetti che i carabinieri avevano prelevato da casa dell’indagato lo scorso 23 luglio, tra i quali si contano degli scarponi e un giubbotto da lavoro, un aspirapolvere e una matassa di peli, capelli e fibre. Ma non vi è stato alcun riscontro.

Bisogna ancora aspettare l’esito delle relazioni sui telefoni cellulari e sui due computer in possesso di Massimo Bossetti, secondo l’accusa potrebbero contenere importanti dettagli. In ogni caso, la posizione del muratore resta difficile: il DNA rinvenuto sugli slip e sui leggings di Yara è il suo, anche se la difesa ha già chiesto che i test vengano ripetuti in contraddittorio.