Il caos si è ormai impadronito dello Yemen, dove continua a impazzare la guerra civile tra sunniti e sciiti. Il presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi, che si era rifugiato nella città meridionale di Aden dopo l’avanzata dei ribelli Houthi, dovuto fuggire dal palazzo presidenziale in cui era asserragliato e difeso dalle truppe rimastegli fedeli.

A dare la notizia dell’accaduto è stata l’emittente Al Jazeera che ha citato la televisione messa in piedi dalle truppe sciite, i quali si sono già impadroniti della capitale Sana’a e del parlamento in un colpo di stato e recentemente hanno annunciato di avere il controllo su una base aerea utilizzata dagli USA per gestire i suoi attacchi con i droni contro i terroristi della penisola araba.

Hadi avrebbe preso la via del Gibuti, e nel frattempo avrebbe chiesto l’aiuto delle Nazioni Unite, richiedendo l’istituzione di una no-fly zone sulle aree gestite dai ribelli, tra cui compare anche la città di Taiz, la terza per importanza dello Yemen, e del suo aeroporto. Proprio qualche giorno fa a Taiz c’è stata una sommossa della popolazione, a maggioranza sunnita, che però è stata soffocata nel sangue.

La probabile futura conquista di Aden porterebbe gli Houthi, che hanno istituito a Sana’a il loro governo non riconosciuto internazionalmente a partire dal febbraio di quest’anno, a poter gestire anche lo stretto di Bab el-Mendeb, fondamentale per la navigazione internazionale.

Sembrano del tutto inutili i tentativi di riconciliazione nazionale operati dall’Onu e dal suo inviato Jamal Benomar. Difficile paragonare la situazione dello Yemen agli esempi di Siria, Iraq e Libia: per quanto si riscontri un’infiltrazione di elementi terroristici jihadisti quella dello Yemen appare come una crisi civile derivante dal vuoto istituzionale del Paese.

Alla richiesta di aiuto del presidente Hadi hanno risposto i vicini dell’Arabia Saudita, del Kuwait, Watar e Bahrain, che stanno ponderando l’ipotesi di un intervento armato sotto l’egida del Consiglio di Cooperazione del Golfo e della Peninsula Shield Force, che consta circa 40mila unità militari.

Nessun collegamento con l’Isis e lo Stato Islamico è stato finora confermato dagli USA e dalla comunità internazionale. Anche le rivendicazioni degli attentati nelle moschee sciite di Sana’a da parte dei miliziani jihadisti sembrano essere più mosse propagandistiche che vere e proprio prove della presenza dell’Isis in Yemen.