Fino al 16 marzo la Galleria Agnellini Arte Moderna di Brescia presenta la mostra AMERICAN DREAM. L’esposizione, attraverso opere significative di artisti espressionisti e pop che animarono la scena americana degli anni ’60, vuole illustrare lo spirito di entusiasmo e di libertà che s’impose nel paese in quegli anni in cui l’arte, l’industria e l’economia parteciparono a uno slancio creativo che sconvolse le abitudini di vita. Volta quindi a indagare il rapporto esistente tra industria e arte la mostra ripercorre un decennio di sperimentazione attraverso l’opera di mostri sacri come Jim Dine, Sam Francis, Robert Indiana, Franz Kline, Robert Rauschenberg, Mark Tobey, Andy Warhol e Larry Rivers. Nel percorso espositivo alle opere si alternano esemplari d’epoca di moto Harley Davidson e Indian: moto, automobili, aerei divengono le «sculture» dei tempi moderni, ideali di perfezione, oggetti di desiderio, magnifici nella loro struttura e nella loro concezione. Le Indian s’imposero per prime diventando presto leggenda e imprimendosi nell’immaginario comune come oggetti mitici di quell’epoca. L’aspetto trionfante dell’America che vince è illustrato poi dall’epopea Harley Davidson che raggiunge il suo apogeo negli anni ’60 con il film Easy Rider, realizzato da Dennis Hopper, simbolo della gioventù e del rifiuto dei pregiudizi.

Gli anni ‘60 si fanno quindi fautori un nuovo ordine del mondo nel quale gli artisti riconquistano il reale. Esso definisce perfettamente la generazione americana del dopoguerra il cui atteggiamento disinvolto, sperimentale e conquistatore trova la sua rappresentazione nel mondo dell’arte che si apre a tutte le possibilità.

L’espressionismo astratto, rappresentato in mostra da Franz Kline, Mark Tobey e Sam Francis, rivendica questa libertà e inventa nuove tecniche, mescolando influenze diverse come il surrealismo (subconscio, scrittura automatica e dripping), l’astrazione di Wassily Kandinsky e l’insegnamento di Hans Hofmann. Visibili due acrilici degli anni ’50 di Franz Kline, rappresentato in tutta la purezza dell’astrazione con raffinati simboli neri su sfondo piatto. Di Mark Tobey sono le opere con grandi linee tortuose d’ispirazione orientale, da cui elaborò la sua «scrittura bianca» fatta di simboli sospesi fra realtà e illusione. Mentre Sam Francis è presente con acquarelli risalenti al soggiorno parigino quando, suggestionato dalla pittura “color field”, realizzò opere con macchie di colore sfumate, senza alcuna cura formale: schizzi liberi di colore su fondi bianchi.

La pop art rimette poi in questione i criteri che fino ad allora avevano caratterizzato “l’opera d’arte”, desacralizzando l’immagine dipinta o la scultura, e conferendo così all’oggetto artistico la dimensione di oggetto comunicante e proiettandolo nella sfera dell’oggetto industriale multiplo, proprio del consumo di massa. In mostra le opere di Jim Dine, presente con Blue Sun del 2008: nei quadri degli anni ’60 l’artista si serviva di immagini di “arnesi” che, posizionati frontalmente sullo sfondo, assumevano un’aura di sospensione. Un’ unica operaLove”, 1996-98, di Robert Indiana, in alluminio policromo rosso e blu, scelta come logo della mostra, è in un certo senso anche la rappresentazione emblematica della Pop Art nell’ interpretazione tra Minimal Art e Design. LaPop è amore poiché accetta tutto… Pop è lanciare la Bomba. E’ il sogno americano, ottimista, generoso, naif” scrisse Robert. E infine Andy Warhol, il più famoso di tutti, per le immagini di fumetti e di pubblicità, per i personaggi noti come Mao, Jacqueline Kennedy, Liz Taylor o le prime bottiglie di Coca Cola, le scatole Brill e via dicendo. In mostra le opere:Velvet underground”, “Bomb”, “Shoes”, e i ritratti diMao electric chair”, “Carter” e “Beuys”.

Questo fervore nuovo nell’arte, che durò “storicamente” dieci anni circa dal ’50 al ’60, divenne l’avanguardia della ricerca artistica statunitense che sottrasse così il primato a Parigi, detentrice della supremazia dell’arte da circa un secolo.