Il MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna – prosegue la sua indagine su temi di grande interesse ancora da approfondire con l’ambizioso progetto espositivo dal titolo Borderline, Artisti tra normalità e follia. Da Bosch a Dalì, dall’Art Brut a Basquiat: un’approfondita indagine sulla condizione critica attraversata dall’uomo moderno. L’obiettivo della mostra è di superare i confini che fino ad oggi hanno racchiuso l’Art Brut e l’“arte dei folli” in un recinto, isolandone gli esponenti da quelli che la critica e il mercato hanno eletto artisti “ufficiali”. La mostra, curata da Claudio Spadoni, direttore scientifico del museo, Giorgio Bedoni, psichiatra, psicoterapeuta, docente presso l’Accademia di Brera, e da Gabriele Mazzotta, con il supporto della Fondazione Mazzotta di Milano, sarà inaugurata il prossimo 16 febbraio per proseguire fino al 15 giugno 2013.

Dopo un’ampia introduzione introspettiva, con opere di Bosch, Géricault e Goya, l’esposizione si snoda seguendo diverse sezioni tematiche. Il percorso si apre con lavori che testimoniano il disagio della realtà riconducibili a Dubuffet, Basquiat, Tancredi, Chaissac, Wols, affiancate dai lavori di artisti dell’Art Brut, outsider della scena artistica, per stabilire confronti sull’ambiguo confine tra la creatività degli alienati e il disagio espresso dall’arte ufficiale dell’ultimo secolo. Esposti nella sezione disagio del corpo una serie di lavori in cui il corpo diviene estensione della superficie pittorica e talvolta opera stessa nelle sue più sorprendenti trasformazioni, con Moreni e Zinelli alcuni protagonisti del Wiener Aktionismus e del gruppo Cobra come Jorn e Corneille. All’interno dei ritratti dell’anima ampio spazio è dedicato a una sequenza di ritratti e autoritratti: una delle forme di autoanalisi inconsapevole più frequente nei pazienti delle case di cura, con opere di Ghizzardi, Kubin, Ligabue, Moreni, Rainer, Sandri, Jorn, Appel, Aleshinsky, Viani. L’esposizione prosegue con una sezione dedicata alla scultura, la terza dimensione del mondo, con spettacolari sculture art brut, inediti di Gervasi e grandi manufatti di arte primitiva. Chiude il percorso lo spazio intitolata il sogno rivela la natura delle cose in cui l’onirico viene definito come fantasma del Borderline con una selezione di dipinti surrealisti di Dalì, Ernst, Masson, Brauner, oltre a lavori di Klee, grande estimatore dell’arte infantile e degli alienati.

Il Mar ha inoltre predisposto un piano di visite guidate all’interno dell’esposizione per i gruppi organizzati: ogni appuntamento è articolato in un breve percorso guidato per proseguire poi nelle sale del laboratorio didattico dove genitori e bambini insieme potranno realizzare, sotto la guida di esperti operatori, le loro originali opere d’arte ispirandosi alle creazioni degli artisti.

Oggi il termine Borderline individua una condizione critica della modernità, antropologica prima ancora che clinica e culturale. In questo senso la mostra intende esplorare gli incerti confini dell’esperienza artistica al di là di categorie stabilite nel corso del XX secolo, individuando così un’area della creatività dai confini mobili. Già nella cultura europea del XX secolo diversi protagonisti delle avanguardie e psichiatri innovatori guardarono con una luce nuova le esperienze artistiche nate nei luoghi di cura per malati mentali. Le ricerche di quegli anni avevano avviato una revisione radicale di termini quali “arte dei folli” e “arte psicopatologica”, prendendo in esame queste produzioni sia come sorgenti stesse della creatività quanto come una modalità propria di essere nel mondo, da comprendere al di là del linguaggio formale.

Nel 1922 lo psichiatra tedesco Hans Prinzhorn pubblicò un testo dal titolo “L’attività plastica dei malati di mente” che segnerà la fine dello sguardo positivista sulle produzioni artistiche nate negli ospedali psichiatrici: un’arte che non è marginale per scelta, ma per condizione di chi la produce. E’ il 1945 quando Jean Dubuffet conia la nozione di Art Brut per indicare le opere di autodidatti che creano al di fuori di ogni regola o considerazione artistica avviando così una nuova epoca di ricerche in questo campo. Dubuffet studia individui solitari, marginali o ospiti di istituti psichiatrici, luoghi d’esclusione per eccellenza, per poi ampliare le sue ricerche anche alle prigioni, e mentre cerca definizioni adeguate precisa che la follia non è un criterio per designare un creatore di art brut. “Per tutti gli autori di art brut – scrive Sarah Lombardi nel saggio di catalogo – la creazione dipende da una necessità vitale, di carattere rituale, magico, profilattico o terapeutico, tale da rendere il confine tra l’arte e la vita estremamente sottile”.

Dubuffet ha collezionato e conservato opere brut per oltre trent’anni proseguendo così il lavoro iniziato prima di lui da alcuni medici avveduti, ed allargando i confini dell’arte, come già avevano fatto Pablo Picasso con l’arte africana e Paul Klee con i disegni dei bambini… “Ma Dubuffet non si è fermato lì. Scovate nei margini della società, queste creazioni rappresentavano per lui una vera alternativa alla cultura dominante, che lui giudicava “asfissiante”. Non solo si appassionò alle produzioni di art brut, studiandole e collezionandole, ma cercò anche di farle conoscere tramite pubblicazioni e mostre” con il dichiarato intento di provocare un rovesciamento dei valori culturali.

Le opere dei folli e l’art brut rappresenta, in sintesi, una modalità propria di essere nel mondo, da comprendere al di là del linguaggio formale. Al di là delle categorie stabilite, esiste dunque un’area della creatività dai confini mobili, dove trovano espressione artisti ufficiali ma anche quegli autori ritenuti “folli”, “alienati” o, detto in un linguaggio nato negli anni ’70, “outsiders”.