Habemus Papam. Contro ogni pronostico, si è insediato sulla cattedra di Pietro il porporato argentino Jorge Mario Bergoglio, 76 anni, arcivescovo di Buenos Aires. Gesuita, ha scelto come nome Francesco, in omaggio al santo di Assisi, figlio di un ricco mercante che tra il 1205 e il 1206 rinunciò a tutte le sue ricchezze per seguire i dettami del Vangelo. Nonostante la nomea di cardinale dei poveri e le sue invettive contro i sacerdoti che rifiutano il battesimo ai figli di madri single, non ha fatto in tempo ad affacciarsi per la sua prima benedizione che già si sono scatenate le polemiche sul suo vero volto.

Considerato, all’unanimità, un outsider, Francesco è il primo Papa sudamericano, il primo eletto non europeo da circa un millennio. Antagonista di Ratzinger nel Conclave del 2005, l’ha spuntata dopo 8 anni. Tra i vari primati di Bergoglio, c’è, anche, quello di essere il primo gesuita che conquista il soglio pontificio: secondo il News Inquirer, il “suo stile di vita è in antitesi con gli splendori del Vaticano”. A quanto pare, infatti, in Argentina, dove ha costruito tutta la sua carriera ecclesiastica, girava con i mezzi pubblici, viveva in un modesto appartamento, si cucinava i pasti da sé e andava, regolarmente, a visitare gli slums intorno a Buenos Aires.

I gesuiti, infatti, hanno come mission la cura delle anime. Secondo gli insegnamenti del fondatore della Compagnia di Gesù, il basco Ignazio da Loyola, contenuti ne La Formula, datata 1550, il gesuita attende al ministero della confessione come modalità per aiutare il credente raggiungere una maggior consapevolezza di se stesso e migliorare la propria vita, quando non cambiarla. Non solo la catechesi, le anime vanno curate, anche, fisicamente con opere di carità come il servizio agli ammalati, ai carcerati, la redenzione delle prostitute e la ricomposizione dei conflitti con la liturgia della riconciliazione.

“Gesù ci ha insegnato un altro modo: esci. Esci e condividi la tua testimonianza, esci e interagisci con i tuoi fratelli, esci e condividi, esci e chiedi. Diventa la parola nel corpo come nello spirito”, è la filosofia con cui Bergoglio ha modernizzato la chiesa argentina, molto conservatrice, che conta il 40% dei cattolici di tutto il mondo. Questa sua capacità secolare, insieme alla semplicità, dimostrata, anche, nella sua prima apparizione dal balcone di San Pietro, senza la prestigiosa Mitra e con un semplice crocifisso di legno al collo, fanno ben sperare per un nuovo corso del Vaticano, più vicino alla gente, meno chiuso tra le sue mura dorate, ripulito da tutti gli scandali, non ultimi Vatileaks e lo Ior, che ne hanno appannato l’immagine da lungo tempo. La memoria di Roberto Calvi impiccato sotto il ponte londinese dei Frati Neri è ancora viva.

Ed ecco, però, che sul nuovo pontefice, tutto carità e austerity, si allunga l’ombra nera della collusione con la dittatura argentina. Secondo quanto contenuto nel libro del giornalista argentino Horacio Verbitsky, L’isola del silenzio, nel febbraio del 1976, un mese prima del colpo di Stato del generale Jorge Rafael Videla, il Superiore provinciale della Compagnia di Gesù, il 36enne Jorge Mario Bergoglio, chiede a Orlando Yorio e Francisco Jalics di abbandonare il loro apostolato nelle favelas a ridosso della capitale. I due rifiutano e Bergoglio li espelle dall’ordine senza avvisarli e chiede al vescovo di Buenos Aires di interdirli nelle funzioni ecclesiastiche.

Alcuni giorni dopo il golpe, Yorio e Jalics vengono internati all’Esma, la Scuola di meccanica della marina, centro degli orrori della dittatura. Rilasciati su pressioni del Vaticano dopo 6 mesi, i due religiosi raccontano che la loro espulsione fu il segnale per sequestrarli. Pare che dei documenti conservati negli archivi del ministero degli Esteri comprovino la loro versione mentre il nuovo Papa ha sempre sostenuto che il suo intento era quello di salvargli la vita, allontanandoli dalla baraccopoli.

Nel 1979, padre Jalics, riparato in Germania, chiede il rinnovo del passaporto. Bergoglio fa da intermediario e il documento viene respinto. La motivazione è in una nota del direttore dell’Ufficio del culto cattolico, interno al ministero degli Esteri dell’epoca: “questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. La fonte era Bergoglio che, durante la dittatura, sempre stando a Verbitsky, era nella Guardia di Ferro, organizzazione della destra peronista. Secondo Yorio, morto in Paraguay nel 2000, quando fugge a Roma, lo accoglie padre Gavigna, gesuita colombiano, segretario generale dell’ordine, che gli intima di aprire gli occhi sui suoi superiori argentini che avrebbero riferito alle forze armate di Videla che lui o Jalics era un guerrigliero quando Bergoglio, in un’intervista con Verbitsky sostiene, esattamente, il contrario.

“Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio. Lui agisce con il tipico stile di un politico. E’ in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo”, ha dichiarato il giornalista argentino. Il nuovo pontefice, quando era arcivescovo di Buenos Aires, ha esortato “chiunque avesse informazioni sui neonati rubati o sapesse dove erano stati bruciati i corpi dei prigionieri a prendere coscienza di essere moralmente obbligato a informare le autorità competenti” e nel 2006, 30esimo anniversario del golpe, pubblica una sorta di mea culpa per la connivenza della Chiesa argentina con Videla e soci, intitolato Ricordare il passato per costruire saggiamente il presente.

Bergoglio, secondo il News Inquirer, ha invocato, per ben 2 volte, il suo diritto, secondo la legge, a non sottoporsi alle domande della Corte, in merito al periodo della dittatura e quando ha testimoniato, nel 2012, le sue risposte furono alquanto evasive. Tale atteggiamento potrebbe essere dettato dalla teoria probabilità gesuita, secondo la quale sono molteplici le opinioni sulle modalità del corretto agire in una determinata situazione, e sarebbe meglio scegliere quella più favorevole al colpevole/penitente. I giansenisti li tacciarono di morale lassista.

Mani in pasta con il terrore o meno, in tanti si aspettano da Papa Francesco una svolta ma, probabilmente, resteranno delusi: matrimoni gay, inseminazione artificiale, contraccezione gratuita, aborto e adozione di bambini da parte di coppie omosessuali sono argomenti che il vecchio arcivescovo ha sempre combattuto e contro i quali si scaglierà, anche, il nuovo pontefice. Del resto, è il successore di Benedetto XVI.