Guai per la storica clinica “Di Stefano” a Catania. Secondo la Procura, a seguito di una lunga e complessa attività investigativa, amministratori, direttore sanitario e tre sanitari avrebbero omesso alcuni accertamenti così da “incamerare l’intero rimborso pubblico”.

L’indagine è scattata grazie alla denuncia di un paziente che, recatosi presso la clinica per tre volte a causa del ripresentarsi di una formazione anomala “nella sede dei tessuti molli nella cavità mediana dell’inguine sinistro”, veniva dimesso con una diagnosi – un “lipoma” – effettuata dal sanitario “a vista”, “senza l’effettuazione di esami strumentali e diagnostici”. Inoltre, all’interno della cartella clinica, sarebbe stato “falsamente attestato il rifiuto del paziente all’esame istologico”. L’uomo, poi, recandosi in altra struttura, ha scoperto che quella massa era una grave formazione tumorale compatibile con una recidiva di mixofibrosarcoma di grado intermedio. Una doccia fredda: peraltro il ritardo nella diagnosi della patologia, “derivante dall’omissione da parte dei sanitari della clinica nell’effettuazione dell’esame istologico”, avrebbe cagionato nel paziente una “crescita incontrollata della neoplasia con l’insorgenza di metastasi diffuse in più regioni anatomiche del corpo e aumento del rischio di recidiva”.

Intercettazioni telefoniche e consulenze tecniche della Procura hanno fatto emergere il comportamento tenuto dai sanitari “lungi dal considerarsi isolato”, specificano gli inquirenti, visto che sarebbe stato frutto di una “prassi instaurata da tempo dai dirigenti amministrativi e dai sanitari della clinica per massimizzare i ricavi a discapito della tutela del diritto alla salute dei pazienti”. Su disposizione degli stessi dirigenti della clinica e con l’avallo dei sanitari, per alcune prestazioni sanitarie, per le quali sarebbe stato previsto un rimborso da parte del Servizio Sanitario Nazionale, sarebbe stata “omessa l’effettuazione degli esami strumentali e diagnostici in modo da incamerare l’intero rimborso pubblico riducendo al minimo le spese per la clinica”. In pratica, “la diagnosi sulla natura delle masse di volta in volta asportate ai pazienti veniva lasciata all’intuito del medico che decideva quando era necessario effettuare approfondimenti o quando poteva evitarsi l’effettuazione dell’esame istologico”, verifica invece sempre necessaria, come ribadisce chi ha indagato.

E c’è di più: “se il medico optava per lo svolgimento degli approfondimenti diagnostici, sempre su disposizione dei vertici della clinica e sempre al fine di massimizzare i profitti dell’ente, veniva richiesto al paziente, ignaro della gratuità dell’esame, il pagamento di una somma di denaro di 80 euro trasformando, in tal modo, in una prestazione privata quello che doveva essere un esame gratuito poiché oggetto di rimborso della Regione”. Sequestrate 4.000 cartelle cliniche attraverso le quali sarebbero venute alla luce “migliaia di false attestazioni rese dai sanitari in sede di dimissione del paziente”, sempre aventi ad oggetto l’effettuazione di esami “mai svolti”.

Con il provvedimento cautelare il Gip, condividendo pienamente l’impostazione della Procura di Catania, ha dichiarato sussistenti i gravi indizi di colpevolezza in capo a tutti gli indagati destinatari della richiesta di misura, ritenendo sussistente anche il delitto di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di truffe ai danni dello Stato, abusi d’ufficio e falsi in atto pubblico. Per il Direttore Sanitario e per i tre sanitari è stata disposta la misura interdittiva della sospensione dall’esercizio del pubblico servizio di medico. È stata, inoltre, disposta la misura cautelare reale del sequestro preventivo (anche per equivalente) del denaro, dei beni e delle disponibilità finanziarie e delle altre utilità riconducibili agli indagati ed all’ente stesso. Infine, nei confronti della casa di cura Di Stefano è stata disposta la sospensione per la durata di un anno dell’autorizzazione regionale all’attività ambulatoriale e dell’accreditamento istituzionale presso il Servizio Sanitario Nazionale.

Tra gli indagati ci sono gli amministratori della struttura privata Nunzio Di Stefano Velona e Ornella Maria Di Stefano Velona per i quali è stata disposta l’interdizione dagli uffici direttivi; il direttore sanitario Sebastiano Villarà, il medico Alfio Sciuto (entrambi sospesi per un anno dalla professione), Giuseppe Adamantino e Giuseppe Renzo Roberto Calanducci (sospesi per 2 mesi). Per la clinica disposta la chiusura per un anno e dato il via libera a un sequestro preventivo di beni per 105mila euro.