Per una cena o un pranzo importanti, i milanesi spendono, in media, 170 euro, 1.000 euro annui a famiglia, per un totale di 1,5 mld di euro tra Milano e provincia. Solo una parte esigua, l’1%, utilizza piatti e posate di plastica invece delle porcellane e, il 2,4%, le tovagliette americane al posto della tovaglia. Infatti, il settore casalinghi è in netto rialzo, con un fatturato, nel 2012, di 98.233 mld di euro a livello nazionale, 30.699 mld di euro a livello regionale, 16.080 mld di euro a Milano e provincia, pesando per il 16% sul totale italiano.

Le imprese del settore casa, in Italia, sono circa 217.000, di cui 10.000 sono dislocate tra Milano e provincia: il commercio all’ingrosso copre 2.176 aziende, quello al dettaglio 4.131 e il comparto manifatturiero 3 .049. Di queste ultime, 1/3 produce pentole e accessori casalinghi, con un indotto altissimo. Se i lombardi sono abituati alla buona tavola e spendono per allestirla e cucinare prelibatezze, perché il take away ha sempre più aficionados?

Secondo una ricerca della Camera di Commercio di Milano la produzione di cibo pronto, in Lombardia, è in aumento. Le imprese di questo settore, cibi precotti, piatti pronti e da asporto, sono passate da 4.305 a 4.689, registrando un +8,9% nel 2012, con un’incidenza del 44,5% sul totale dell‘industria alimentare lombarda. Pasti e piatti pronti sono aumentati del 34,6% nell’ultimo anno, i gelati confezionati del 30%. Regina della ristorazione da asporto si conferma Milano, con 1.331 aziende su 4.581, e dei birrifici, 10 su 37; per il vino bisogna andare a Brescia, 23 aziende su 95 o a Pavia, 17 aziende; per olio e grassi si resta a Brescia, con 17 aziende su 30.

A fare da trait d’union tra la buona cucina e la pigrizia del take away ci sono i foodblogger. In principio fu Chiara Maci che, con un colpo di tastiera e uno di smartphone, ha reso popolare quello che prima era appannaggio di raffinatissimi esperti: la critica gastronomica, combinandola con la condivisione delle ricette della nonna, tipico orgoglio delle casalinghe. Oramai, nonostante pareri contrastanti, il foodblogger, se si è pratici di web e di marketing, è diventato una professione. Vivono di ospitate televisive, consulenze, creazione di eventi, corsi di formazione. Oltre a Chiara Maci ci sono altri nomi come Sonia Peronaci, Paola Sucato, alias Ci_polla o Francesca Gonzales, Lagonzi, autrice di bigodino.it.

Siccome la rete non sta mai ferma, il nuovo trend è il foodstagram, ovvero la condivisione sui socialnetwork, da facebook a instagram, di foto di piatti scattati un po’ ovunque, dal fast food al ristorante di lusso alla casa dell’amica. La nuova moda ha talmente preso la mano a blogger e affini che alcuni chef newyorkesi, come alcuni colleghi italiani, Davide Oldani è uno di questi, hanno proibito l’uso di smartphone e macchine fotografiche nei propri ristoranti: creano troppa confusione. Ma se ci si impegna, un’istantanea si riesce sempre a rubarla.

Se l’indotto del comparto casalinghi gode di ottima salute (quindi gli attrezzi del mestiere ci sono e a prezzi abbordabili); la vecchia televisione propone sempre nuovi programmi di cucina, a tutte le ore, per tutti i gusti, su tutti i canali (le idee non mancano); la rete è invasa dai foodblogger che usano linguaggio e gesti alla portata di tutti rispetto agli chef blasonati (le indicazioni per la realizzazione delle pietanze sono di facile comprensione), non è meglio farsi un uovo al tegamino a casa che mangiare le patatine da McDonald’s?