I numeri “bulgari” di Hugo Chavez sono ben lontani. Ma è stato il suo delfino Nicolas Maduro, come da previsioni, a vincere le elezioni venezuelane, cinque settimane dopo la morte del leader, il 5 marzo scorso (con tutto il seguito di complotti che l’hanno accompagnata). Una vittoria sul filo di lana, il 50,66% contro il 49,07 dello sfidante con una affluenza del 78,71%, il capo dell’opposizione Henrique Capriles (foto by Infophoto), che non ha ammesso la sconfitta. La tensione nel Paese sudamericano è alta, al punto che sono state mobilitate le forze armate per garantire l’esito del voto.

“Nicolas Maduro, lo sconfitto oggi è lei” ha detto Capriles, che sin dalla morte di Chavez ha contestato il suo avversario, considerando illegittimo il suo ruolo di presidente ad interim. E ancora più lo ritiene oggi, non accettando lo scarto di poche centinaia di voti che ha permesso a Maduro di vincere le elezioni. Per questo, Capriles e tutta l’opposizione hanno parlato di brogli e chiesto il riconteggio, annunciando che non riconosceranno il risultato
fino a quando il “100% dei voti” non verrà verificato, dato che loro dispongono di risultati diversi.

Lo scontro post-elettorale ai livelli più alti ha avuto immediatamente un eco nelle strade di Caracas, dove i sostenitori di Maduro e Capriles si stanno affrontando con con assembramenti in sostegno del proprio candidato. Il resposabile della campagna elettorale di Maduro, Jorge Rodriguez, ha invitato i sostenitori del presidente eletto a raccogliersi davanti al palazzo di Miraflores, la residenza presidenziale. Intanto su Twitter, Capriles lancia l’allarme: “allertiamo il paese e il mondo sull’intenzione di voler cambiare la volontà espressa dal popolo”.