Oggi 22 settembre alle ore 20:44 UTC il Sole attraverserà nel suo moto apparente il punto d’intersezione tra l’eclittica e l’equatore celeste: sarà l’istante che in astronomia segna l’equinozio d’autunno.

In questo giorno il Sole passa allo zenit all’equatore, sorge al polo sud, tramonta al polo nord e la giornata dura esattamente 12 ore in tutta la terra (dal latino “aequi-nox” ovvero “notte uguale al dì”). Da questo momento in poi, fino al solstizio d’inverno, le ore di luce diminuiranno progressivamente e la durata del giorno sarà minore rispetto quella della notte, poiché il percorso del sole si svilupperà sotto l’equatore celeste.  L’equinozio d’autunno è la penultima porta dell’anno agricolo, quella che indica la chiusura della stagione dei frutti e l’imminente avvicinarsi della stagione della morte, l’Inverno. E’ un momento di preparazione, dove si fanno i conti, e soprattutto si tirano le somme su ciò che si è seminato durante l’anno. I frutti sono oramai maturi e quello che si è raccolto servirà a tenerci vivi durante la stagione fredda: se avremmo raccolto poco sarà un inverno duro, povero e affamato. A sancire l’inizio dell’autunno è proprio l’equinozio, momento astrologico che si situa tra il 21 e il 23 di settembre, quando il Sole entra nella costellazione della Bilancia, decretando la conclusione del ciclo produttivo e riproduttivo, la preparazione della natura al riposo invernale e l’arrivo del freddo. In agricoltura è la fine del raccolto e la festa del secondo raccolto (dell’ultima frutta e degli ortaggi e in particolare dell’uva). Ancora una volta, il giorno e la notte sono in perfetto equilibrio, come lo erano all’equinozio di primavera, ma ben presto le notti cresceranno fino ad essere più lunghe dei giorni, e l’inverno sarà di nuovo tra di noi.

L’equinozio ha sempre rappresentato nell’antichità un momento speciale nel quale le forze di luce e tenebra sono in perfetto equilibrio. Per molte culture questo è un giorno di celebrazioni. Nella tradizione iniziatica rappresenta un passaggio, un tempo per la meditazione, per rivolgersi all’interno, durante il quale la separazione tra ciò che è visibile e ciò che è invisibile si assottiglia sin quasi a scomparire.

Nel calendario agricolo contadino, purtroppo, poco o nulla è rimasto delle ritualità festive autunnali e bisogna aspettare la fine di ottobre con Ognissanti per trovare ancora gli antichi riti di passaggio rurali e pagani, quel momento che i Celti chiamavano Samhain. Ma nella memoria di queste antiche popolazioni l’equinozio autunnale veniva festeggiato col nome di Mabon, giovane dio della vegetazione e dei raccolti e figlio di Modron, la Dea Madre: rapito tre notti dopo la sua nascita, venne imprigionato per lunghi anni fino al giorno in cui venne liberato da Re Artù e dai suoi compagni. Il suo rapimento è l’equivalente celtico del rapimento greco di Persefone: un simbolo evidente dei frutti della terra, immagazzinati in luoghi sicuri e poi sacrificati per dare la vita agli uomini. Non a caso Mabon è il tempo del seme. E’ il tempo di raccogliere i semi dagli ultimi frutti ben maturi. E’ il tempo di essiccarli all’aria e all’ombra, di conservarli al buio e all’asciutto, aspettando la primavera per piantarli. Ma Mabon è anche il tempo dell’Acqua, l’elemento corrispondente a questa porta cardinale, l’elemento dell’Ovest: legato alle emozioni, all’anima, ai sentimenti. E’ il tempo dell’abbandono: nel fluire del fiume che scorre, nel fluire del tempo simboleggiato dal fiume. E’ il tempo dell’abbandono del passato e di ciò che è stato. E’ il tempo dell’accettazione dei frutti: non sempre le stagioni ci regalano ciò che abbiamo seminato, ma Mabon insegna ad accogliere quello che la Terra ci dona affidandoci al suo buon senso, imparando a godere di ciò che si ha anzichè lamentarsi per ciò che manca. Il potere dell’Acqua, dell’Ovest, di Mabon, è questo: l’abbandono al tempo; l’accettazione del raccolto; la purificazione, per prepararsi alla Trasformazione. Per queste valenze simboliche in molte culture del passato l’equinozio assumeva valenze esoteriche e venivano celebrati al suo arrivo riti “misterici” di cui ben poco si sa, proprio per il loro carattere di segretezza. Nell’antica Grecia si celebravano in suo onore i Grandi Misteri Eleusini, riti che rievocavano appunto il rapimento di Persefone, figlia della dea Demetra, che regola i cicli vitali della terra, (la romana Proserpina per intenderci) condotta negli inferi dal dio Ade per farla sua sposa. La leggenda racconta che Demetra, in segno di lutto, rese impossibile il germogliare delle sementi e delle piante e sterile la terra fin quando non riebbe sua figlia. In entrambi i miti, quello di Mabon e quello di Proserpina, ciò che viene ciclicamente rivissuto ad ogni autunno è il sacrificio del dio/dea che, dopo le gioie amorose della primavera e dell’estate, dopo aver dato con la massima potenza fecondante i frutti a tutti gli esseri viventi, è costretto/a a declinare nel buio della Terra, intesa come Ventre, Utero, Tomba, Infero.

Analogamente a Mabon, figura inestricabilmente legata a quest’importante momento di passaggio è, per la tradizione cristiana, quella di San Michele, la cui festa si celebra il 29 settembre. Dal mondo bizantino, il culto dell’Arcangelo Michele dilagò rapidamente ovunque, diffuso soprattutto dalla popolarità che godeva fra i soldati: a San Michele Arcangelo è infatti attribuito uno dei compiti più importanti, quello della lotta contro le Forze del Male. Protagonista delle venerazione del popolo celtico-cristiano San Michele Arcangelo potrebbe incarnare le caratteristiche del dio luminoso Lugh-Belenos, il dio che esprimeva la funzione guerriera e sacerdotale. Il suo culto si diffuse in Europa lungo l’ideale asse che unisce il santuario del Monte Gargano, Montesantangelo, a quello di Mont-Saint-Michel in Normandia, seguendo in buona parte lo sviluppo della via Francigena. La sua spada ha valore simbolico: con essa, non solo trafigge il drago ma squarcia il buio, sconfigge le tenebre e riporta ai suoi protetti il conforto della Luce. Egli è dunque il protettore dalle insidie che provengono dalle forze oscure, è la roccaforte della Luce. Ma San Michele Arcangelo ha anche un’altra rappresentazione iconografica, egli appare anche come “pesatore di anime”, recando in mano una bilancia e proprio sotto il segno della bilancia, costellazione in cui ci si appresta ad entrare con l’equinozio, il ciclo è concluso, la pianta muore e si disgrega: le piogge autunnali ne fanno un tutt’uno con il fango. I frutti cadono dagli alberi, abbandonano i loro involucri e i semi vengono selezionati per essere consumati o ripiantati nella terra affinché il ciclo ricominci. L’autunno diviene quindi momento di separazione, di cernita, che non riguarda unicamente la vegetazione: essa concerne anche l’Uomo. Come il frutto si separa dall’albero e il seme dal frutto, l’anima si separa dal corpo. Avviene dunque un processo di separazione che si realizza in tutta la natura per preparare la nuova vita. Come l’Arcangelo Michele viene a separare l’anima dal corpo, così si lascia morire in sé una materia per liberare la vita. La separazione è una legge della vita stessa. Questo l’insegnamento dell’Arcangelo Michele: la selezione, il discernimento, il separare il puro dall’impuro, l’utile dall’inutile, il nocivo dal salutare, la cosa morta da quella viva. Le forze presiedute dall’Arcangelo Michele sono forze di equilibrio, di giustizia, quindi di discernimento tra il buono e il cattivo in vista di liberare ciò che è bene e di trasformare ciò che è male. Ma il bene e il male sono così strettamente uniti che non li si possono separare prematuramente senza provocare lacerazioni: non è facile separare la noce dal involucro, ma la natura sa che lasciando maturare il frutto, il mallo si apre da solo e la noce si libera; lo stesso vale per il bambino nel ventre della madre, bisogna attendere che il “frutto” giunga a maturazione per poter recidere il legame che li univa, altrimenti comporterebbe la morte per entrambi. Questa separazione è dunque il simbolo della maturità e il tempo della mietitura è quello in cui i frutti sono maturi. Bisogna quindi aspettare quel momento per separare il male dal bene, e tale separazione sarà operata dall’Arcangelo Michele.

Con la festività di S. Michele (29 settembre) abbiamo appena superato l’equinozio d’autunno e passiamo da Uriele a Michele: è finita la fase di crescita esteriore nella natura, e nostra, verso ciò che è “altro da sé”, ed è iniziata la rigenerazione invisibile. L’emiciclo annuale che si avvia con Michele in autunno (e si conclude con Gabriele in inverno) è quello “dalla morte alla vita”, ritorniamo dentro, ripieghiamo su noi stessi e nella nostra interiorità, per consentirci poi di rinascere “a nuova vita”; quando – superato l’inverno – verrà inaugurato l’altro emiciclo, quello di Raffaele: “dalla vita alla morte”, il tempo in cui saremo nuovamente tutti proiettati fuori di noi, all’esterno. In questi sei mesi dell’autunno/inverno (Michele e Gabriele) la “materia è contessuta di spirito”, mentre nei sei mesi precedenti della primavera/estate (Raffaele e Uriele) era lo “spirito contessuto di materia.

L’equinozio è dunque una ricorrenza importante non solo poiché segna il momento in cui l’estate lascia il passo all’autunno, ma, anche e soprattutto, per le potenti forze che il sole immette nell’universo in questi particolari momenti di passaggio: è questo il tempo in cui l’Uomo si può rendere conto di appartenere ad una dimensione di vita comune ad ogni essere vivente sul nostro pianeta, dimensione che si dipana lungo le stagioni, dalla primavera, attraverso l’estate, per giungere all’autunno, e infine all’inverno, esattamente come si nasce, si cresce, ci si sviluppa e si ritorna alla Madre Terra, nell’eterno ciclo delle rinascite. Gli Antichi lo sapevano bene e celebravano in modo particolare questi momenti dell’Eterna Trasformazione, ma, se anche noi, prendendo esempio dalle conoscenze del passato, ci fermassimo un attimo ad ascoltare, certamente avremmo occasione di imparare qualcosa dalla parte più profonda della nostra Anima. Lasciamo dunque che in noi, in questa fase autunnale, cresca tutto ciò che tende alla riflessione, alla libera forte e coraggiosa volontà. In questo modo alla conoscenza della natura potremo unire un verace processo di autocoscienza.

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