Giustizia tardiva, inutile e beffarda. Una strage che in pochi ricordano: i martiri di Cefalonia per molti sono solo un nome sulla targa di una via in qualche città. Eppure fu un massacro tra i più vigliacchi, compiuto dai nazisti nel 1943. Il 24 settembre di quell’anno, due settimane dopo l’armistizio che rovesciò il fronte della guerra, 341 ufficiali e 4.750 soldati italiani della divisione Acqui, fatti prigionieri dalla Wehrmacht dopo una settimana di combattimento, vennero fucilati per rappresaglia nell’isola greca di Cefalonia. Uno dei tanti crimini di guerra commessi dalle forze naziste in quel periodo (foto by InfoPhoto).

Ben 70 anni dopo, il 18 ottobre 2013, il Tribunale militare di Roma ha condannato all’ergastolo uno degli esecutori materiali della strage: Alfred Stork, 90 anni, all’epoca caporale; per sua stessa ammissione, fece parte di uno dei plotoni d’esecuzione. Almeno 117 fra gli ufficiali dell’Acqui trucidati morirono per mano sua.

Ma se almeno uno come Erich Priebke ha scontato la condanna ai domiciliari in Italia, per Stork non c’è nemmeno quel blando provvedimento. Infatti l’ex caporale si trova a casa propria in Germania. Improbabile che venga chiesta l’estradizione. Se anche venisse fatto, non andrebbe mai in carcere. Giustizia. Parola il cui significato è sempre più vuoto.