Contrariamente a ogni previsione, Fabrizio Corona rientrerà in Italia questo pomeriggio. L’arrivo è previsto a Malpensa per le 17.00. Sarà scortato dagli agenti della Questura meneghina. Ad attenderlo uno stuolo di telecamere e fotografi, come da copione. Vista la facilità con cui è stato riacciuffato e il viaggio, più da film di Monicelli, modello I soliti ignoti, che una vera e propria latitanza da professionista, la domanda sorge spontanea: Corona voleva davvero fuggire?

La versione dei media. Venerdì 18 gennaio arriva la sentenza di condanna a 5 anni per estorsione aggravata. Fabrizio Corona, tenuto d’occhio dagli agenti della DIGOS, si reca in palestra. Da lì si perdono le sue tracce. Sul suo sito socialchannel.it  appare una sua foto sotto la scritta coming soon…. Inizia il valzer delle ipotesi: l’ennesima trovata da guascone per trasformare il suo arresto in uno show, è in Francia, no l’hanno avvistato a Santo Domingo, è pronto a costituirsi. Trasmissioni televisive, quotidiani, i fan che lo sostengono sul web, persino un rap “non si trova Corona, qualcuno sa dov’è?”. Si guadagna un mandato di cattura internazionale, lo status ufficiale di latitante e un aumento di pena a 7 anni. Questura di Milano e Interpol gli sono alle calcagna. Amici, parenti e collaboratori interrogati. Corona sembra sparito nel nulla. Mercoledì 23 gennaio, dopo 4 giorni di latitanza, Corona si consegna alle autorità portoghesi, in una stazione ferroviaria alle porte di Lisbona. Prima telefona a socialchannel.it annunciando che di lì a poco si costituirà.

La versione degli inquirenti. Corona, il venerdì, esce da una porta secondaria della palestra in cui si è recato senza destare sospetti, sale su una 500 grigia guidata da un collaboratore fidato e scompare. Gli investigatori italiani mettono sotto torchio diversi amici e dipendenti della Fenice, la società di Corona, uno viene indagato a piede libero per favoreggiamento. Seguendo il gps dell’antifurto della 500, lo rintracciano lungo il percorso fino a Lisbona, dove pare abbia degli agganci. Durante il viaggio, Corona rimane in panne per 4 ore al valico del Colle di Tenda, per una bufera di neve. Gli agenti sostengono che si è costituito perché “braccato” e non per libera scelta. Descrivono un uomo “avvilito”, “sconfortato” che “piange”.

La versione di Corona. Una volta in manette, Corona prima chiama il tg di Studio Aperto per sottolineare che lui non ha mai pianto e si appresta a querelare chiunque sostenga il contrario, che non ha paura e che è pronto a combattere la sua battaglia. Poi, sul suo portale socialchannel.it, viene postato un audio in cui racconta la sua fuga. “Sono uscito di casa alle 10.30 e sono andato in palestra”. Sostiene che durante la notte, alle 3.00, alle 5.00 e alle 7.30, i poliziotti gli hanno citofonato a casa. Quando è sceso ha trovato 3 agenti della DIGOS. Uno di loro gli avrebbe detto “non ti posso lasciare andare” e guardandolo in faccia “ho capito che mi avevano condannato prima della sentenza”. Dopo la palestra si è recato a Carpi, a un appuntamento di lavoro. Quando ha saputo della sentenza, “senza versare una lacrima” ha messo in pratica un piano che “mi ero preparato mentalmente una settimana prima”. Ha viaggiato per 4 giorni senza sosta, a 60 km orari fino a Lisbona. “Il tempo di studiarmi tutto quello che era successo in Italia, i fan che mi hanno sostenuti” e si è consegnato alla polizia portoghese perché “io non scappo, non sono mai scappato”.

Perché fare tanta strada per niente? “Per pagare le mie pene qua, per chiedere giustizia perché quello che mi hanno fatto è una cosa indecente. In Italia, oltre a rischiare la vita, rischio anche la morte, in carcere”. E chiosa sostenendo che socialchannel sarà un “sito di libera informazione, di libertà e protesta per tutti”.

All’ingresso del tribunale di Lisbona, ieri mattina, Corona ha dichiarato di voler essere giudicato “da cittadino libero e con i diritti umani”. Una volta concessa l’estradizione, il paparazzo dei vip ha tenuto un breve comizio davanti alle telecamere, che lo incalzavano con la stessa domanda: perché hai paura del carcere in Italia? “In Italia la giustizia non funziona e hanno voluto farmela pagare. Questo lavoro esiste dal 1970, tutte le agenzie hanno ritirato migliaia di servizi e non sono state indagate. Io non sono morto, ancora sono vivo. Combatterò, anche, dal carcere per i miei diritti perché sono una persona innocente. Ho lavorato per 13 anni, mantenendo 30 persone, non commettendo un solo reato. Viviamo in un Paese governato da delinquenti e io vado in galera. Non ho versato una lacrima, sono sereno e non ho paura”.

Dove sta la verità? Soprattuto, esiste una verità? Ai posteri l’ardua sentenza.