Alle 10.00 di questa mattina, al Tribunale di Lisbona, si è tenuta l’udienza per l’estradizione di Fabrizio Corona. Perché abbia deciso di consegnarsi alle autorità portoghesi, dopo un lungo viaggio, compresa una sosta forzata di 4 ore in mezzo alla neve, al valico di Colle di Tenda, resta un mistero. Secondo gli investigatori meneghini Corona si è costituito perché “braccato”, erano sulle sue tracce da giorni, grazie al gps dell’antifurto della 500 usata per la fuga. Hanno descritto un uomo “avvilito”, “sconfortato”, che “piange”. Disperazione o paura? Il paparazzo dei vip, dopo aver confidato al suo avvocato, Nadia Alecci di temere per la sua vita nelle patrie galere, ha smentito tutto al tg di Studio Aperto, con il suo consueto tono spavaldo: “Querelo ogni persona che si permette di dire che ho pianto. Sono tranquillo, sono sereno. Non ho paura e sono pronto a combattere la mia battaglia”.

Dove sta la verità? Ci sono solo 2 certezze: Corona ha trasformato, anche, la sua cattura, in un evento mediatico e le carceri italiane (foto by infophoto) versano in condizioni pietose. Nei 206 istituti di pena sparsi per la penisola, la cui capienza regolare è di 47.040 soggetti, alloggiano 65.701 detenuti, di cui 2.804 donne e 23.492 stranieri. La Lombardia vanta il record di affollamento: nelle 19 case di reclusione, per un totale di 6.051 posti, vivono 9.307 detenuti. Segue a ruota la Campania, 17 carceri per una capienza di 5.794 unità, 8.165 detenuti effettivi. Quasi a pari merito Sicilia, 27 istituti, 5.555 posti, detenuti reali 7.098 e il Lazio, 14 istituti, 4.834 posti disponibili, 7.012 detenuti. Su 20 regioni, le uniche carceri non sovraffollate sono quelle sarde: 12 istituti per una capienza di 2.257 posti, 2.133 occupati.

“Igiene precaria, un bagno con la turca e il cucinino montato a fianco. Spazi ristretti da dividere con 4 detenuti che fumano. Letti a castello a 3 posti invece che a 2, spesso non hanno il riscaldamento”. E’ il ritratto impietoso che disegna l’avvocato Cludio Defilippi, che da anni si batte perché i diritti umani dei detenuti vengano rispettati. “E’ un abbrutimento psicofisico”, commenta. “Se hai una cella, te la tieni, perché le carceri sono sovraffollate”: così Giuseppe Tinelli, di Taranto, detenuto al carcere di Torino, è 3 anni che non vede la famiglia, impossibilitata, economicamente, ad andarlo a trovare. Come lui, ce ne sono molti altri. “Chi va a trovarli? Io, il loro avvocato, una volta al mese” e gli lascia un po’ di soldi “perché sono in una situazione disastrata”. Vincenzo Faiuolo, sempre di Taranto, è detenuto a Volterra. Quando ha 3 giorni di permesso, uno lo spende di viaggio e gli rimangono poco più di 24 ore per stare con la famiglia.

“La situazione dei detenuti è subumana”, tuona Defilippi, “ci sono problemi di tutti i generi, anche sanitari. Dovrebbero esserci delle celle per non fumatori, dividerli per reato, invece è tutto un calderone”. Già, l’assistenza sanitaria è un’altra grave mancanza. “Non ricevono cure adeguate. Un mio cliente di Parma è finito in carrozzina perché non gli hanno fatto fare la riabilitazione”. Come mai è così difficile curarsi in carcere? Eppure un detenuto malato, una volta uscito, è un cittadino malato a carico dello Stato. “Non hanno nemmeno i soldi per dargli l’aspirina”.

La pena da scontare, vista la situazione dietro le sbarre, è una pena nella pena, ma diventa insopportabile quando si è innocenti. Defilippi ha curato diversi ricorsi e revisioni: un altra magagna italiana è l’errore giudiziario. Un virus molto più diffuso di quanto si possa pensare. Giuseppe Tinelli, il signore di Taranto detenuto a Torino, è stato condannato all’ergastolo per 2 omicidi che non ha commesso. Ha già scontato 15 anni. Vincenzo Faiuolo, il tarantino detenuto a Volterra, si è preso 25 anni, per un omicidio, il suo fratellastro 11 anni. In questo affaire sono coinvolte 8 persone a cui sono stati attribuiti 4 omicidi: tutti innocenti. “Non ci sono prove contro di loro, solo la confessione che gli è stata estorta, perché abbiamo un sistema medievale. Se c’è una confessione deve essere verificata attentamente”.

Invece, “ho montagne di prove della colpevolezza di Ben Mohamed Ezzedine Sebai”, il serial killer delle vecchiette: ha confessato 14 omicidi, commessi in Puglia tra il 1995 e il 1997. La quindicesima vittima si è salvata e l’ha riconosciuto. Ma non è bastato e la Procura di Taranto “non ha considerato Sebai attendibile”. Nel frattempo, Sebai è morto in carcere, “non è suicidio, l’hanno ucciso e la sua morte è un mistero. Non abbiamo mai potuto ascoltarlo”. Così sulla testa di Tinelli, Faiuolo e soci continuano a pendere 4 di quegli omicidi.

“Abbiamo una situazione draconiana: l’ergastolo è una pena inumana”, mentre “la pena deve essere sempre umana, lo dice anche la Costituzione”. E se all’ergastolo ci fosse un innocente, come Tinelli? In Italia esiste la revisione “ma non funziona: c’è questa paura di mettere una patacca sulla toga dei magistrati. Ma già ce l’hanno, la patacca”. E si scaglia contro il 41bis. Non discute sul fatto che lo Stato debba difendersi contro il crimine organizzato ma “portare una persona alla pazzia, rinchiudendola da sola in una stanza, non è uno Stato civile”.