Come sia nato l’8 marzo, ormai lo sappiamo tutti: non in memoria del rogo della Cotton, fabbrica di camice di New York in cui perirono oltre 100 operaie, bloccate al suo interno per i scarsi sistemi di sicurezza, nel 1908, ma una lunga gestazione internazionale, per rivendicare i diritti e le pari opportunità di quello che con un eufemismo viene chiamato sesso debole ma non pare, poi, così tanto deperito.

Negli anni ’80, quelli dell’edonismo sfrontato e sfrenato, l’8 marzo ha perso la sua carica eversiva di denuncia contro le discriminazioni, gli abusi e le violenze a cui le donne sono continuamente sottoposte, in ogni angolo del mondo, e si è trasformato in una festa commerciale, a base di mimose, cioccolatini, drink e spogliarelli. Negli ultimi anni, con l’emergenza femminicidio, 124 donne uccise solo nel 2012, si è tornato a parlare di genere con una prospettiva più sostanziosa. Rimane da sciogliere il nodo delle mimose: scelte come simbolo della festa della donna italiana, l’8 marzo 1946, fiori selvatici, popolari, che crescevano ai bordi di Roma, annunciando la primavera con il loro giallo splendente, oggi sono venduti a peso d’oro e, divisi in mazzetti, più o meno marcescenti, vengono usati per sfruttare manodopera clandestina, il nuovo genere debole.

Nei primi del ’900, le donne chiedevano orari di lavoro e salari uguali a quelli degli uomini, il diritto di voto e, più avanti, negli anni ’70, pretendevano di gestire loro il percorso della maternità. In Italia, fino al 1972 il padre detiene la patria podestà, ovvero può decidere del neonato, senza interpellare la madre. L’aborto, quindi la possibilità di scegliere, preservando, anche, la propria salute, se mettere al mondo un infelice o no, diventa legale solo nel 1978 con la legge 194, ancora oggi, periodicamente, rimessa in discussione.Il diritto di voto, invece, l’abbiamo ottenuto nel 1946, con il referendum Monarchia/Repubblica.

Per la parità sull’orario di lavoro e di stipendio ci stiamo lavorando. Nonostante ciò, le donne sono un po’ dappertutto: sanno riparare una macchina come progettare una casa, sanno tirar su una parete e tirare di scherma, guidano auto da corsa, giocano a calcio e indagano meglio di 007. Attualmente sono 11 i capi di Stato donna: 3 regine, Elisabetta II, Beatrice d’Olanda e Margherita di Danimarca; 8 presidenti eletti in Argentina, Brasile, India, Finlandia, Irlanda, Lituania, Svizzera e, persino in Liberia. In Italia abbiamo avuto 2 presidenti della Camera donne, Nilde Iotti e Irene Pivetti; alcuni ministri, l’attuale segretario della Cgil, Susanna Camusso e 4 rettrici universitarie su 79 atenei. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che in Africa hanno un presidente donna, ma è, ancora, molto diffusa la pratica dell’infibulazione.

34 donne hanno vinto il Nobel per la Fisica, la Chimica, Medicina e Fisiologia, la Pace e la Letteratura. A dirigere il quotidiano più prestigioso del mondo, il New York Times c’è la 58enne Jill Abramson, la prima donna, a 160 anni dalla fondazione della testata; Anna Wintour è il guru di Vogue nel mondo; Tina Brown, ex direttrice di Vanity Fair e New Yorker, ha fondato il sito The Daily Beast, acquisito da Newsweek; Arianna Huffington è la creatrice dell’Huffington Post. In Italia, Concita De Gregorio ha guidato fino a poco tempo fa L’Unità, in 4, tra cui Rossana Rossanda, si sono alternate ai vertici de Il Manifesto, Matilde Serao ha fondato e diretto Il Mattino, Pia Luisa Bianco subentra, nel 1994, a Vittorio Feltri al timone de L’Indipendente.

Secondo il Time, le donne americane con uno stipendio più alto degli uomini sarebbero il 50% in più di 20 anni fa. Quattro su 10 portano a casa più soldi del marito e le single tra i 22 e i 30 anni, residenti nella grandi città Usa, guadagnano di più dei loro coetanei, anche se il gap salariale è sempre in agguato, che negli impieghi femminili full time raggiunge l’81% di quanto percepito da un collega maschio. Comunque, siamo sulla buona rotta e gli uomini, in molti casi, si stanno dimostrando collaborativi, su tutti i fronti, da quello domestico a quello psicologico, per abbattere le differenze di genere e incentivare quelle per attitudine. Intanto, la Commissione Europea, nel novembre scorso, ha proposto un’iniziativa in direzione della parità di genere, con l’obiettivo di raggiungere la presenza del “40% di esponenti del sesso sotto-rappresentato tra gli amministratori senza incarichi esecutivi delle società quotate in Borsa, entro il 2020″ ma per le aziende pubbliche entro il 2018. “La proposta dovrebbe applicarsi a circa 5 000 società quotate nell’Unione europea”.

Un passo avanti e uno indietro. Per l’Europa le donne sono il sesso sotto-rappresentato. Eppure, 4.000 anni fa le egiziane hanno inventato la pillola anticoncezionale, ricoprendo di cera chicchi di melograno, perché contenenti un estrogeno naturale. Mary Anderson ha inventato il tergicristalli, Josephine Cochrane, nel 1886, la lavastoviglie. Sempre una mente femminile ha partorito il primo lampione a gas, la guida per non far uscire dai binari treni e tram, la sedia a rotelle, il giubbotto salva-gente, la scatola per la pizza. Augusta Ada King, figlia di Lord Byron, nel 1871, inventa il linguaggio con cui impostare il primo prototipo di computer, costruito da Charles Babbage. L’icona più riprodotta di tutti i tempi è l’effige di Marilyn Monroe; il quadro più famoso del mondo ritrae il volto di una donna, La Gioconda di Leonardo da Vinci. Persino le sante sono più numerose dei santi.

Oltre all’8 marzo, esiste il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Per l’edizione 2012, l’artista messicana Elina Chauvet ha allestito, alle Colonne di San Lorenzo, la sua installazione Zapatos Rojos: una lunga fila di scarpe rosse, di ogni foggia, ogni paio una donna vittima di violenza. Le scarpe rosse, nell’iconografia cattolica, figurano ai piedi del Papa come simbolo del martirio. Nella tradizione secolare rappresentano la realizzazione dei desideri, quelle che indossa Dorothy nel Mago di Oz; la terribile scelta tra amore e carriera che culmina con la punizione suprema della morte, come nel film Scarpette rosse del 1948; la presunzione e la vanità, come nella fiaba di Andersen, Scarpette rosse; la sensualità e l’erotismo de La donna in rosso di Gene Wilder.

In mezzo, c’è sempre la donna, con tutte le ingiustizie che deve più o meno subire: nel 1965, la 18enne siciliana Franca Viola è la prima a denunciare il suo stupratore e a farlo condannare ma per sequestro di persona. Secondo il Codice Rocco, di era fascista, violenza sessuale e incesto sono “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”. Solo nel 1996, lo stupro diventa un crimine contro la persona. Nel 1981 vengono abrogati il delitto d’onore e l’articolo 544 secondo il quale un uomo che usava violenza sessuale su una donna, anche minorenne, poteva estinguere il reato con un matrimonio riparatore.

Pochi anni prima, nel 1977, l’Unesco dichiara l’8 marzo Festa internazionale della donna, così, il sesso debole, che tanto debole non è visto che è sopravvissuto a millenni di angherie, diventa, metaforicamente, patrimonio dell’umanità. Faremmo bene a ricordarcelo più spesso. Femminucce e maschietti.