Nel Festival del Giornalismo si trovano cose carine, cose interessanti, e cose dannatamente interessanti. Quella che ho seguito oggi è una di quelle dannatamente interessanti, trattando della cosiddetta Prima Guerra Mondiale di Internet.
Stiamo forse parlando degli attacchi dello scorso anno che fecero gli hacker di Anonymous contro grandi aziende americane come la Universal, fino a tentare un attacco ai server dell’FBI?
No, l’argomento è ben più grande, una sorta di dialogo sui massimi sistemi e sul massimo scontro globale del web.

A parlare c’erano noti esperti nel settore: Andrea Aparo (Università La Sapienza di Roma), Lucio Caracciolo (direttore Limes), Emilio Carelli (Sky TG24), Gianluca Comin (direttore relazioni esterne ENEL), Mauro Fazio (Ministero dello Sviluppo Economico), Massimo Mantellini (giornalista e blogger), Fabio Mini (generale di corpo d’armata), Francesco Pizzetti (Università di Torino).

Lo scontro mondiale in atto è tra un’idea del web come rete aperta e senza regole vincolanti, consapevolmente ‘anarchica’ per garantire il libero sviluppo digitale a tutti (modello occidentale), contro quella più tradizionale e incentrata sul controllo della rete da parte dei governi (modello orientale).
Dopo la Guerra Fredda, il conflitto tra oriente e occidente si ripropone nella governance del web. Cina, Russia e in generale il mondo arabo temono che gli USA, attraverso internet, possano portare sgradite rivoluzioni colorate nei loro paesi.

Questi stati, anche in virtù di una certa tendenza antidemocratica, accettano di avere internet a patto di poterlo controllare ad alti livelli, per esigenze difensive e di protezionismo. Nella visione orientale si sostiene che gli Stati Uniti (e i loro alleati) detengano la governance di internet, e che non vogliano perderla per tutelare le loro grandi aziende. L’Europa, ovviamente, in tutto questo è alleata con gli USA.

La guerra si combatte soprattutto sui grandi interessi di internet. La tecnologia e gli algoritmi, ad esempio, hanno aumentato la quantità e la velocità delle transazioni finanziarie che avvengono online, per non parlare del potere economico di quelle che ormai sono delle vere e proprie lobby del web, che hanno una grande voce in capitolo nell’ambito delle telecomunicazioni, e se in occidente queste lobby hanno vita facile, in oriente, per ovvie ragioni, non è così.

Un tentativo di dare una regolamentazione a internet, sebbene in modo grossolano, c’è stato: lo scorso dicembre si è tenuta l’importante conferenza di Dubai, incentrata proprio  su questo argomento, che però si è conclusa con una spaccatura. I paesi anglosassoni e l’Unione Europa si sono opposti al controllo della rete da parte dei governi orientali.
In questa conferenza, anche l’Italia ha cercato di far firmare a tutti un accordo sulla visione comune della governance della rete, per non sprecare l’occasione e raggiungere una mediazione in vista dell’unità nel mondo delle telecomunicazioni. Invano.

La discussione ha toccato anche un aspetto interessante del cosiddetto ‘potere della rete’. Si ritiene, con un certo slancio romantico, che internet possa resistere ad ogni controllo: la rete è ribelle, è anarchica e può fare miracoli.
Ebbene, non è così. La stessa Primavera Araba è sopravvalutata, i social non hanno fatto poi così tanto, non tanto quanto la televisione e la stessa Al-Jazeera. La rivoluzione democratica in quei paesi è solo allo stato embrionale, e la rete non ha portato un cambiamento reale e definitivo.

Infine, guardando a quello che succede in Italia, il successo del Movimento 5 Stelle non è esclusivamente legato all’uso della rete, che anche in questo caso è stata mitizzata. A ben guardare, Grillo ha avuto un successo maggiore proprio in quelle regioni in cui internet si usa pochissimo, il che apre altri spazi di discussione, magari incentrati, invece che sul potere della rete, anche su un certo modo di fare politica.
Sarà banale, ma c’è bisogno di ricordarlo: internet non dà i superpoteri.