Per le vie del Festival del Giornalismo fa freddo e piove. Meno male che sotto i bellissimi archi della Sala dei Notari di Perugia c’erano Vittorio Zucconi e Filippo Ceccarelli di La Repubblica, e hanno piacevolmente parlato al pubblico nell’incontro “A volo di gufo sulla tragicommedia italiana”, dove a partire dal libro di Ceccarelli Come un gufo tra le rovine con ironia e amarezza si è cercato di capire cosa non va nel Belpaese.
Nel suo libro, Ceccarelli fa la storia del presente partendo dai frammenti, dalle piccole notizie di politica e attualità, che però hanno in sé qualcosa di tipico e importante da notare, soprattutto tragicomico.
In Italia c’è una curiosa corrispondenza tra le buffonate e le catastrofi.

Parlando della stretta attualità, Vittorio Zucconi ha commentato il nuovissimo governo Letta: come nella vecchia tradizione del matrimonio riparatore, Napolitano sta portando PD e PDL all’altare, e se non si sposeranno come dice lui farà saltare tutto. Un’immagine comica e tragica al tempo stesso, come tutto quello che accade sempre in questo paese assurdo, talmente assurdo che non si stupisce della sua (ahimè, negativa) unicità.

Il teatro italiano, secoli or sono, ha creato la commedia, e l’ha creata perché qui la realtà è sempre stata interpretata con spirito comico.
Per i nostri tempi, lo specchio moderno della reale tragicommedia trash è il cinepanettone, e nei casi migliori il Bagaglino: stando ai fatti di cronaca, non si riesce più a capire se sono i buffoni a fare il verso alla realtà, o se la realtà si ispira ai buffoni. La costante è che la seria considerazione del dramma italiano, i fatti veramente tragici, i problemi reali, finiscono sullo sfondo.

Le stesse proteste italiane hanno qualcosa di buffo, proseguono Zucconi e Ceccarelli, che non sfocia mai in cambiamenti seri. Basta prendere spunto dagli USA, dove le grandi crisi epocali hanno prodotto Frank Delano Roosevelt e il New Deal degli anni ‘30, e oggi Obama, mentre in Italia la crisi, la movimentazione delle masse, la disperazione, hanno prodotto Beppe Grillo, ed è inevitabile chiedersi perché questo avvenga.

Ceccarelli puntualizza che Grillo, in fondo, i partiti “se lo sono chiamato”, se lo sono tirato addosso, lo hanno creato loro con i continui errori e l’irresponsabilità. Per il resto, in Italia si perde facilmente la memoria dei guai che capitano quando si fanno le cose sbagliate, un po’ come il ripetersi della mancanza di costruzioni antisismiche ad ogni terremoto.
La crisi attuale ha qualcosa di psicologico o anche psichiatrico, quello che accade nella politica ricorda il dramma familiare moderno: figli volenterosi ed esasperati (Renzi, Grillo), genitori poco autorevoli e incapaci di risolvere i problemi (Berlusconi, Bersani), nonni che sistemano le cose (Napolitano).

La mia personale sensazione, nonostante l’indiscutibile spessore intellettuale degli ospiti, è di assistere all’ennesima ripetizione: i problemi italiani sono sempre gli stessi, così le riflessioni e così le domande del pubblico.
Ad esempio, una ragazza ha osservato che qui si contemplano i disastri, ma non c’è reazione, mentre all’estero, soprattutto in America, l’azione e la reattività sono una costante, e Zucconi ha riassunto bene le caratteristiche dei due paesi: in Italia c’è grande analisi, ma poca sintesi. Negli USA il contrario.
Una storia già sentita.

Un altro dal pubblico ha ricordato che all’estero dicono che in politica gli italiani non sono esperti, ma sono tifosi, perciò è colpa anche dell’elettorato. Ceccarelli ha risposto con l’allegria italiana: noi abbiamo una gran voglia di ridere, da sempre, e così ci allontaniamo dalla tragedie vere. A partire dal boom economico, poi, il benessere ha peggiorato questa tendenza, facendoci scivolare in una lamentela sterile e in una politica tragicomica che si riproduce identica a se stessa decennio dopo decennio.
In questo senso, Zucconi ricorda che, pur avendo avuto delle guerrel’Italia non ha mai avuto una propria rivoluzione, e non ha mai davvero pagato il prezzo della civiltà e della democrazia.

Ripetizione di ripetizioni, come dicevo.
Ricordo, ad esempio, che Indro Montanelli già ai suoi tempi sosteneva che gli italiani hanno un grande futuro, ma l’Italia no, perché come individui siamo eccezionali, ma come sistema, come società, come nazione, siamo senza memoria e quindi senza veri vissuti comuni, quelli che ci aiuterebbero a sentirci uniti, a trasformare l’eccezionalità dei singoli italiani in un vero spirito nazionale.
Montanelli stesso, inoltre, ricordava che questi erano gli insegnamenti del suo vecchio maestro degli anni ’30, Ugo Ojetti. La ripetizione dei problemi italiani, insomma, è una roba secolare, e infatti la stessa conclusione viene pronunciata ancora una volta da Zucconi e Ceccarelli.
“Tranquilli, ci salveremo: gli italiani se la caveranno”, hanno detto al pubblico, e mentre scrosciava l’applauso finale io mi chiedevo “noi ci salveremo, ma l’Italia?”.