Il sabato del Festival del Giornalismo Culturale di Urbino comincia con la lectio dell’autorevole giornalista e critico letterario Piero Dorfles, “Un j’accuse al giornalismo culturale italiano”, atto d’accusa tanto sentito quanto condivisibile, che ha poi monopolizzato la discussione del mattino.

Partendo da alcuni esempi di notizie inessenziali (o talvolta ridicole) che si possono trovare nelle pagine culturali, Dorfles fa il punto sulla crisi del giornalismo culturale italiano. Le terze pagine, le rubriche, gli spazi nei telegiornali o nei radiogiornali solitamente dedicati alla cultura, ai libri, alla critica, oggi sono piene di notizie di alleggerimento assolutamente inutili, perché non hanno niente a che fare con la società, con l’attualità o con la cultura. Zero informazione, puro intrattenimento.

Negli ultimi decenni, ricorda Dorfles, si è cercato di democratizzare la cultura, di farla uscire dal chiuso mondo accademico per creare una nuova identità collettiva. Ebbene, questo non è riuscito, l’apertura non si è realizzata nel modo sperato, e anzi c’è stato un calo dell’informazione culturale, sia in quantità che qualità.
Oggi i veri critici non esistono quasi più, e i pochi che rimangono, quando scrivono o recensiscono qualcosa, pensano più ai loro colleghi, e a quello che potranno dire, che al resto dei lettori.

La crisi, osserva Dorfles, non è solo economica. I problemi economici peggiorano la situazione e costringono i media a fare scelte infelici, ma la realtà inequivocabile è che l’ultimo ventennio ha portato una crisi profonda nell’intelligenza e nella trasmissione del sapere.
La povertà di circolazione culturale è povertà di idee, è povertà di coscienza, e la colpa va anche agli organi di informazione, che piuttosto che parlare di libri, temendo la noia del pubblico, preferiscono inserire contenuti frivoli. Qua e là ci sono ancora realtà interessanti e spazi per la cultura, ma, dice Dorfles suscitando l’unanime approvazione, “purtroppo c’è anche il TG1”.

Si può parlare di perdita di serietà: la cultura si impoverisce, molti autori sono sopravvalutati e non vengono (all’occorrenza) stroncati in modo ‘serio’, perché il giornalismo culturale non si occupa più di critica come un tempo.
Il rischio è che se tutti valgono, allora nessuno vale, e se tutti sono bravi, se non ci sono voci di dissenso e critiche serie, allora non è bravo nessuno, e ci si perde in un mondo pseudoculturale vago e indefinito, dove non si distingue più tra Faletti e Proust (Dorfles ribadisce comunque il suo rispetto per Faletti).

Quest’ultimo ragionamento, in particolare, mi ha ricordato una riflessione di una scrittrice genovese che ho conosciuto, Sara Boero, che invitava a diffidare proprio di quei libri, album musicali o film che piacciono a tutti. Il consenso unanime è sospetto, perché non è necessariamente espressione di grande bellezza, ma magari di massificazione, di superficialità, di appiattimento culturale, e Dorfles invita proprio a fare attenzione a questo: la cattiva democratizzazione della cultura, in Italia, ha prodotto una perdita di sostanza, di coraggio, di autorevolezza della stessa.
In sintesi: il giornalismo culturale italiano non prende più seriamente la cultura, e questo sta provocando, non è un’esagerazione, un pericoloso declino.