Oggi, 2 dicembre, si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale per l’Abolizione della Schiavitù, data scelta dall’ONU in memoria del 2 dicembre 1949, giorno in cui l’Assemblea generale approvò la Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione altrui.

Presupposto della Convenzione, La Carta dei diritti dell’uomo, che all’articolo 5 vieta espressamente la tratta degli esseri umani; ciò nonostante, secondo fonti europarlamentari, essa è oggi particolarmente attiva, coinvolgendo ogni anno 700.000 persone. Un fenomeno per nulla arrestatosi con l’abolizione della tratta transatlantica degli schiavi, come in molti potrebbero pensare, ma che, al contrario, ha assunto nuove e differenti forme: dal lavoro forzato, allo sfruttamento del lavoro imposto per l’estinzione di debiti; dalla tratta di minori e donne, alla schiavitù domestica, la prostituzione forzata, la schiavitù sessuale, il matrimonio forzato e la vendita delle mogli, sono tutte, queste, nuove, moderne forme di schiavitù.

Una realtà che obbliga la comunità internazionale a vigilare e a intensificare i propri sforzi per estirpare le manifestazioni contemporanee di schiavitù. La schiavitù moderna è un crimine. Le persone che commettono, condonano o facilitano questo crimine devono essere consegnati alla giustizia, mentre le vittime e i sopravvissuti hanno il diritto di ricorso e di riparazione. L’interesse internazionale per la condizione delle persone sottoposte a schiavitù ha dato impulso all’attuazione di un consistente numero di importanti strumenti legali, il più recente dei quali è il Protocollo per prevenire, sopprimere e punire la tratta delle persone, specialmente donne e bambini, entrato in vigore nel 2003, ad integrazione della Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine transnazionale organizzato. La Corte Internazionale di Giustizia ha inoltre stabilito che la schiavitù costituisce un crimine contro l’umanità e che, essendo il diritto di essere liberi da tale condizione talmente inviolabile, tutte le nazioni devono pronunciarsi per portare gli Stati responsabili di fronte alla Corte. Questa Giornata deve quindi essere un esortazione verso tutti gli Stati a ratificare e ad attuare gli strumenti legali pertinenti e a cooperare con i relatori speciali delle Nazioni Unite per combattere le forme contemporanee di schiavitù.

Per molte persone, l’immagine che viene alla mente sentendo la parola schiavitù è legata alla tratta degli schiavi, ai trasferimenti via nave da un continente ad un altro, e all’abolizione di questa tratta nei primi anni del 1800. Generalmente, siamo portati a considerare il commercio degli schiavi come qualcosa legato al passato piuttosto che al presente. Ma la realtà è che la schiavitù continua ancora OGGI: a schiavitù contemporanea prende molte forme e riguarda persone di tutte le età, sesso e razza.

Milioni di uomini, donne e bambini in tutto il mondo sono costretti a vivere come schiavi. Sebbene questo sfruttamento spesso non sia chiamato schiavitù, le condizioni sono le stesse. Uomini e donne sono venduti alla stregua di oggetti, costrette a lavorare gratis o per una paga minima, e sono alla completa mercé dei loro “datori di lavoro”. Ogni giorno donne e ragazze dell’Europa dell’Est vengono trascinate nel vortice della prostituzione e migliaia di bambini vengono venduti e comprati da un paese all’altro dell’Africa occidentale.

Oggi uno schiavo è: colui che viene obbligato a lavorare – sotto minacce fisiche o psicologiche; posseduto o controllato da un “datore di lavoro”, di solito per mezzo di maltrattamenti fisici o psicologici o la minaccia di tali maltrattamenti; privato della sua dignità umana, trattato come un oggetto o comprato e venduto come una proprietà privata; fisicamente limitato, o con una libertà di movimento limitata. Queste le caratteristiche che distinguono la schiavitù da altre violazioni dei diritti umani.

Oggi, la forma di schiavitù moderna maggiormente praticata è la schiavitù per debito, un fenomeno che coinvolge almeno 20 milioni di persone in tutto il mondo. Generalmente si diventa lavoratori per debito dopo esser stati stati indotti, talvolta con l’inganno, a contrarre un prestito irrisorio, a volte solo per acquistare medicinali per un figlio malato. Per saldare questo debito, si è quindi costretti a lavorare moltissime ore al giorno, sette giorni a settimana, 365 giorni l’anno. In cambio del lavoro svolto si riceve il minimo per alimentarsi e ripararsi, ma non abbastanza per estinguere un debito che non potrà così mai venir azzerato e che può essere trasmesso a varie generazioni successive.

Esistono inoltre varie forme di sfruttamento legato al lavoro, la peggiore riguarda certamente quella minorile, che colpisce bambini di ogni età, costretti a lavorare in condizioni di pericolo e privati così dell’istruzione e del gioco, elementi fondamentali per il loro sviluppo individuale e sociale. Bambini che vengono sfruttati anche per il loro valore commerciale, attraverso la prostituzione, la vendita e la pornografia. Essi sono spesso rapiti, comprati o spinti ad entrare nel mercato del sesso.

La Convenzione della Nazioni Unite contro la criminalità transnazionale organizzata definisce la tratta di esseri umani come “Il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, la collocazione o l’accoglienza di persone”, attraverso la minaccia del ricorso o il ricorso alla forza, o ad altre forme di costrizione,  “ai fini dello sfruttamento”. Una pratica ancora tristemente in auge in paesi come il Benin, dove l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) stima che più di 40.000 bambini siano vittima della tratta.

La schiavitù e lo sfruttamento dei bambini, compreso l’utilizzo di minori nei conflitti armati, costituisce purtroppo a tutt’oggi un’altra forma corrente della schiavitù moderna, ma, benché queste forme di schiavitù restino un problema molto ampio, , secondo l’Ilo il numero dei bambini lavoratori nel mondo è diminuito, passando da 246 milioni nel 2000 a 168 milioni nel 2012.

Altra forma di schiavitù assai diffusa è quella del matrimonio precoce e forzato, che costringe donne e ragazze a vivere come serve, spesso sottoposte a violenze fisiche.  La Convenzione supplementare del 1956 sull’abolizione della schiavitù considera illegale ogni pratica in cui “Una donna è, senza che abbia il diritto di rifiutare, promessa o data in sposa monetizzando una contropartita, in soldi o in natura, versata ai suoi parenti, al suo tutore, alla sua famiglia o ad ogni altra persona o ad ogni altro gruppo”. Sono ugualmente vitate la cessione di una donna da parte di suo marito contro remunerazione, così come la pratica che consente di ereditare una donna alla morte di suo marito.

In generale, lo Stato con la più alta percentuale di schiavi si conferma la Mauritania (Paese musulmano dell’Africa occidentale), che con il suo sistema profondamente radicato di schiavitù ereditaria, si pensa nasconda ancora 150.000 schiavi su una popolazione di soli 3,8 milioni di  abitanti. Haiti, il più povero Paese delle Americhe,  dove è molto diffusa anche la schiavitù infantile, è al secondo posto insieme al Pakistan, classifica completata da India, Nepal, Moldova, Benin, Costa d’Avorio,  Gambia e Gabon.

La Walk Free Foundation sottolinea comunque che “Mentre Asia e Africa sono la patria della maggior parte dei moderni schiavi, nessun continente è libero dalla schiavitù moderna . A livello globale, Islanda, Irlanda e il Regno Unito sono i Paesi con i più bassi ranking dell’Index. Tuttavia, si stima che ci siano ben 4 mila persone schiavizzate nel Regno Unito.  Si potrebbe fare di più per aiutarli ed impedire che altri soffrano il loro destino”. Nella top ten dei virtuosi anche Nuova Zelanda,  Svizzera,  Svezia,  Norvegia, Lussemburgo, Finlandia  e Danimarca, mentre l’Italia è 132esima con un indice del 3.12 rispetto al 97.90 della Mauritania ed all’1,00 di Gran Bretagna, Irlanda e Gran Bretagna.