L’8 giugno è la Giornata Mondiale degli Oceani (World Oceans Day), il giorno scelto dall’ONU per celebrare a livello globale i mari di tutto il mondo, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla grande risorsa che costituiscono per l’uomo e per il pianeta e di come sia necessario modificare i nostri comportamenti quotidiani per salvaguardarli. La giornata, nata l’8 giugno 1992 durante il Vertice sull’ambiente di Rio de Janeiro, è stata ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite nel 2008, e da allora viene celebrata ogni anno in tutto il mondo. Il tema scelto per l’edizione 2013 è “Insieme, possiamo proteggere l’oceano!”, con l’obiettivo di coinvolgere quante più persone nella conservazione dei mari, nelle nostre comunità e a livello mondiale.

Noi tutti infatti dipendiamo dagli oceani. Agli oceani sono legate indissolubilmente le vite di miliardi di persone nei Paesi in via di sviluppo, che da essi traggono la fonte primaria di proteine, per non parlare poi del numero di Paesi la cui economia si basa sullo stato di salute degli oceani e cioè sul commercio di pesce e sulle centinaia di miglia di posti di lavoro che esso offre. Il rischio? Se la pressione dell’uomo sugli oceani continuerà con la pesca illegale o attraverso l’incremento delle emissioni di anidride carbonica che rendono le acque più acide allora ne pagheremo le conseguenze economiche e sociali, oltre che ambientali e sanitarie.

Che gli ecosistemi marini siano sottoposti a forti stress che ne turbano gli equilibri mettendone a rischio la vita, ormai è un fatto tristemente noto: idrocarburi, scarichi industriali tossici, rifiuti radioattivi, unitamente a una pratica della pesca indiscriminata e all’alterazione climatica, concorrono a uccidere il mare, lo denuncia un rapporto dall’eloquente titolo “Oceani in pericolo”,  siglato da Greenpeace e World Watch Institute e condiviso anche dall’Onu. Anche per questo, in aprile, sotto la guida di José María Figueres, ex presidente del Costa Rica, si è riunita per la prima volta a Cape Town, in Sudafrica, la neonata Global Ocean Commission, un organismo indipendente di studio che nei prossimi mesi lavorerà a soluzioni per cercare di invertire lo stato di degrado in cui versano gli oceani e fermare la corsa allo sfruttamento indiscriminato delle loro risorse naturali. Le proposte verranno sottoposte all’attenzione dell’Assemblea generale dell’Onu nel 2014. La commissione si occuperà in particolare di quelle acque internazionali, il 45% circa della superficie del pianeta, che non rientrano nella giurisdizione dei Governi, ma sono soggette alla cosiddetta “Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare” nata trent’anni fa allo scopo di definire i diritti e le responsabilità degli Stati nell’utilizzo dei mari e degli oceani, ma ben poco “attrezzata” per affrontare l’impressionante perdita di biodiversità e contrastare la sovrapesca che sta svuotando gli oceani.

Durante il meeting inaugurale l’Ocean Commission ha  quindi analizzato gli studi eseguiti dalla Fao, dalla Banca Mondiale e dalla National Geographic Society riguardanti la situazione disastrosa in cui versano gli oceani certificando che l’inquinamento e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse marine ha ormai raggiunto o superato i limiti della sostenibilità. “In questo primo incontro di lavoro abbiamo ascoltato il parere di molti esperti e discusso dei principali problemi degli oceani – ha affermato Trevor Manuel, co-presidente sudafricano della Global Ocean Commission – e nessuno di noi è stupido abbastanza da pensare che sarà semplice delineare un futuro per la salute e la salvaguardia dei nostri oceani. Ma al punto in cui ci troviamo non è azzardato affermare che la situazione può solo migliorare”.

L’analisi e le conseguenti proposte degli studiosi uscite da questo primo summit sudafricano si concentreranno su quattro punti chiave: esaminare le minacce, i cambiamenti e le sfide che i nostri mari si trovano ad affrontare; rivedere l’efficacia del piano giuridico nel governare questi cambiamenti e le acque fuori dal controllo dei governi; stabilire relazioni con tutte le parti interessate, compresi i cittadini e individuare riforme fattibili stabilendone i costi pragmatici, politici ed economici. Il primo punto in particolare è funzionale a tutti gli altri: la Commissione dovrà infatti individuare e portare alla luce quali siano le effettive minacce alla salute degli oceani.

Al momento sono già state definite zone morte 400 siti oceanici, che si estendono per una superficie di circa 250mila kmq dove, quasi del tutto, non sussistono più le condizioni di sopravvivenza degli ecosistemi. Un esempio è la cosiddetta “Isola dei rifiuti” meglio conosciuto come “Pacific Trash Vortex”, una discarica nel bel mezzo dell’Oceano formatasi negli anni grazie alle correnti, la cui estensione si stima oscilli tra quelle della penisola Iberica e l’intera superficie degli Stati Uniti.

Molte altre ancora le questioni aperte visto che risultano sovrasfruttate più dell’80% delle risorse ittiche (come già ricordato nel 2011 analizzando i mari italiani) portando alla sistematica estinzione di molte specie marine, mentre la selvaggia urbanizzazione costiera ha ridotto del 20% l’estensione delle barriere coralline e del 35% quella delle foreste di mangrovie, fucine di biodiversità. Nonostante questi allarmanti dati oggi solo il 2% della superficie degli oceani costituisce un area marina protetta, contro il 12% delle corrispondenti regioni terrestri.

Oltre ai fondamentali motivi ambientali, la salvaguardia degli oceani e della loro biodiversità ha anche ricadute economiche e sociali di enorme portata se pensiamo che gli oceani, che ricoprono circa il 70% della superficie terrestre, forniscono il 50% dell’ossigeno, assorbono dall’atmosfera il 25% dell’anidride carbonica proveniente dalle attività umane (5 volte di più rispetto alle foreste tropicali) e contribuiscono in massima parte alla regolazione globale del clima per la loro capacità di assorbire calore.

Il ricavato del commercio di pesce per i Paesi in via di sviluppo è pari a circa 25 miliardi di dollari l’anno, due volte quello del caffè. Solo dalla pesca e commercializzazione del tonno derivano, ad esempio, dieci miliardi d’introiti e nove dall’ecoturismo subacqueo. Sono invece 85 le nazioni coinvolte nel commercio internazionale di pesce, stimato complessivamente in 102 miliardi di dollari l’anno con 350 milioni i posti di lavoro legati alla salute degli oceani. Anche per questo l’equilibrio degli ecosistemi marini rappresenta, sia un imperativo etico, che un’opportunità economica: “Si tratta di una questione di cui è assolutamente necessario interessarci, se vogliamo che i nostri figli e i nostri nipoti ottengano da essi gli stessi benefici di cui ha goduto la nostra generazione”, ha concluso Figueres. Essere consapevoli non basta più, occorre fare di questa consapevolezza prassi, come ha ricordato il Commissario europeo all’Ambiente Janez Potočnik, aprendo l’International Conference on Prevention and Management of Marine Litter in European Seas di Berlino.

Per meglio comprendere il reale stato di salute degli oceani è stato quindi messo a punto il nuovo sistema di valutazione globale Ocean Health Index: scienziati appartenenti a numerosi istituzioni dedicate alla conservazione degli ambienti marini, università e centri di ricerca, con il sostegno della National Geographic Society, hanno messo a punto un sistema di valutazione che misura la salute degli oceani tenendo in considerazione i fattori ecologici, sociali, economici e politici di tutti i paesi costieri. Una volta elaborati i dati attraverso un modello al computer hanno ottenuto il punteggio di ogni stato: la media mondiale è 60 e per quanto riguarda i singoli paesi il punteggio varia da un minimo di 36 (Sierra Leone) a un massimo di 86, ottenuto da Jarvis Island, un’isola disabitata nell’Oceano Pacifico. L’Italia rientra nella media mondiale ottenendo un punteggio di 60, nonostante la scarsa valutazione per quanto riguarda la protezione delle coste (8/100) e il turismo (35/100).L’obiettivo dell’indice è quello di aiutare i paesi a prendere decisioni politiche più consapevoli, soprattutto in quelle regioni che hanno già espresso l’impegno a migliorare la salute degli oceano, come gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e l’Unione europea” ha spiegato l’autore principale dello studio Benjamin Halpern, biologo marino presso l’Università della California di Santa Barbara. “La salute degli oceani è un concetto molto ampio di cui la gente ha solo un vago presentimento, visto che fino ad ora non c’era modo di misurarlo o quantificarlo”, prosegue Halpern, “l’indice finalmente consente di definire ciò che sappiamo e non sappiamo sullo stato degli oceani in modo molto ampio e completo.”  Con l’integrazione di questo indice e il suo mantenimento, anno dopo anno, sarà quindi possibile ottenere una base di riferimento e un check-up annuale della salute degli oceani.

Si evince da tutto ciò che conoscere i problemi diventa parte integrante della loro soluzione. In onore della Giornata Mondiale degli Oceani, ognuno di noi può fare la sua parte per aiutare a fermare i processi distruttivi in atto, basta seguire alcuni semplici accorgimenti come mangiare solo pesce sostenibile, fare la spesa portando sempre la borsa da casa e usare una bottiglietta riutilizzabile per l’acqua. Un contributo piccolo, ma significativo, nel migliorare le cose.