Si celebra oggi, 6 novembre, la Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in tempo di guerra, ricorrenza proclamata dall’Assemblea generale dell’Onu nel novembre 2001, attraverso la risoluzione 56/4, per sottolineare la perdita di risorse naturali e i danni agli ecosistemi procurati dai belligeranti durante i conflitti armati.

Il principale scopo della Giornata è quindi la divulgazione di un messaggio di notevole impatto sociale: “i danni all’ambiente procurati dai conflitti armati possono compromettere nel lungo periodo gli ecosistemi e le risorse naturali, spesso con effetti negativi che si estendono al di là del territorio nazionale e della generazione che ha vissuto il conflitto”.

Gli organismi delle Nazioni Unite hanno già messo in atto misure per allontanare tali minacce, istituendo tra l’altro un partenariato con l’Unione Europea per aiutare i Paesi a mettere la gestione delle risorse naturali al servizio del consolidamento della pace e della prevenzione dei conflitti. Ciò nonostante, è necessario investire ulteriormente su politiche pubbliche, istituzioni e attività tese ad attenuare e a gestire in modo efficace gli elementi di stress ambientale. In occasione di questa Giornata Internazionale, prendiamo atto del ruolo eccezionale che il nostro patrimonio naturale svolge nella prevenzione dei conflitti e nell’instaurazione di una pace durevole, e impegniamoci ancora una volta a proteggere l’ambiente in tempi di guerra.

Negli ultimi anni molto è stato fatto e l’attenzione verso queste problematiche è certamente aumentata, ma la situazione non è poi molto cambiata: i danni causati dalle guerre agli ecosistemi continuano e si sviluppano per molto tempo anche dopo la fine dei conflitti.

Durante la Guerra del Golfo del 1991 i pozzi petroliferi del Kuwait sono stati deliberatamente incendiati e milioni di litri di petrolio si sono riversati in mare, mentre i fumi inquinati sprigionatisi hanno addirittura raggiunto l’Himalaya. In Cambogia il 35% della copertura forestale è stata distrutta in venti anni di guerra civile e scontri armati. In Angola il conflitto fra Mpla e Unita ha provocato la sparizione del 90% della fauna selvatica, mentre durante la guerra del Vietnam milioni di tonnellate di agente orange sono state sparse sulle jungle del Paese, defogliando vaste aree che ancora oggi non possono essere coltivate. Inoltre, secondo quanto emerso dai dati Unep, le maggiori emergenze ambientali legate alla guerra si riscontrano oggi nei Balcani, in Afghanistan, Iraq, Liberia e nei territori palestinesi occupati. Uno degli effetti più comuni e più devastanti delle guerre è infatti il massiccio spostamento di sfollati, migrazioni imponenti di popolazioni che provocano certo indicibile sofferenza, la distruzione di attività economiche, ma anche gravi danni all’ambiente, in particolare nelle regioni aride o in quelle dove l’ambiente è già degradato. Una valutazione condotta dal Programma Onu per l’ambiente (Unep) in Darfour é arrivata alla conclusione che i profughi, più di due milioni dopo il 2003, hanno causato una grave deforestazione, il degrado di terre ed il sovrasfruttamento di risorse ambientali e delle falde acquifere sotterranee intorno ai principali campi di accoglienza.

«Per integrare le preoccupazioni ambientali nelle operazioni di soccorso e sicurezza – sottolinea l’Unep – dobbiamo mobilitare tutti i settori interessati a livello governativo, di sistema delle Nazioni Unite, delle Organizzazioni non governative e della comunità dei donatori”. Dal 1995, l’Unep è inoltre impegnato nella valutazione delle situazioni post-conflitto e fornisce un appoggio tecnico per aiutare ad attenuare i rischi ambientali in più di 20 Paesi. Tra questi la Repubblica democratica del Congo, dove lavora per attenuare l’impatto dei molti campi di sfollati che fuggono dall’eterno conflitto che insanguina il Nord-Kivu e ripercuote i suoi devastanti effetti sul parco nazionale dei monti Virunga, patrimonio mondiale dell’umanità, che ospita la metà di quello che rimane al mondo della popolazione di gorilla di montagna. «Senza una gestione sana dell’ambiente – spiega l’Unep – l’arrivo di popolazioni pone un certo numero di rischi agli ecosistemi vulnerabili di questa zona, soprattutto lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali per assicurare la sussistenza di base ed i bisogni energetici». Un analogo tentativo di integrare missione Onu e recupero ambientale é in corso anche in Liberia, dove si stima che 800 mila persone, un quarto della popolazione, siano state costrette a lasciare le loro case durante un conflitto durato 14 anni, provocando un grave degrado delle foreste, delle terre e dei corsi d’acqua nei siti utilizzati per ospitare campi profughi e nei loro dintorni.

Prendere in considerazione le questioni ecologiche per evitare problemi ambientali si sta rivelando cruciale nella gestione della fase post-conflitto ed anche come prevenzione delle guerre stesse, visto che la mancata soluzione dei problemi ambientali può a lungo termine portare ad una diminuzione della sicurezza e dello sviluppo, alla competizione per risorse più scarse e ad innescare nuovi cicli di guerre e spostamenti di popolazioni. Come ha infatti ricordato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, il 40 % dei conflitti interni degli ultimi sessanta anni ha avuto come principale obiettivo la conquista del territorio e delle risorse naturali.