Giulio Andreotti è stato, nel bene e nel male, uno dei protagonisti assoluti della vita politica italiana. Da quando il nostro Paese è una Repubblica, Andreotti ha sempre fatto parte del Parlamento. E’ stato infatti eletto all’Assemblea costituente del 1946 e a tutte le consultazioni per la Camera dal 1948 al 1987, fino a quando nel 1991 fu nominato senatore a vita dall’allora Capo dello Stato, Francesco Cossiga. E’ stato per sette volte presidente del Consiglio e innumerevoli altre ministro.

Nacque a Roma il 14 gennaio 1919. Si laureò in giurisprudenza nel 1941. Durante gli studi s’iscrisse alla Federazione degli universitari cattolici, dove fece amicizia con Aldo Moro. Riformato al servizio militare per la scarsa costituzione fisica (raccontò che il medico militare gli aveva pronosticato circa sei mesi di vita), durante la guerra scrisse sull’edizione clandestina del Popolo, parallelamente a quella autorizzata dal governo fascista sulla Rivista del lavoro. Nel 1944, dopo che le forze alleate liberarono il Meridione, Andreotti fece parte del primo Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana, costituito il 30 giugno durante il primo congresso, tenuto a Napoli. Conobbe Alcide De Gasperi nella biblioteca vaticana. A guerra terminata, questi lo introdusse rapidamente nella politica nazionale ad alto livello. Il giovane Andreotti fu sottosegretario alla presidenza del Consiglio in tutti i governi guidati da De Gasperi. A metà degli anni Cinquanta, da ministro dello Sport e dello Spettacolo, contribuì in modo determinante a far rinascere l’industria cinematografica italiana e l’attività sportiva nazionale. Nel 1960 gli fu attribuita l’organizzazione delle Olimpiadi di Roma.

Ricoprì diversi altri incarichi ministeriali negli anni ’60, mentre il suo potere all’interno del partito cresceva senza sosta, diventando presto il principale avversario di Amintore Fanfani, che aveva acquisito la guida democristiana dopo l’uscita di scena di De Gasperi. Era titolare della Difesa quando scoppiò lo scandalo del Sifar, il servizio segreto militare, che aveva compilato dossier sui vari politici; prima che una legge ne ordinasse la distruzione, a cui Andreotti doveva provvedere, copie di molti di questi fascicoli finirono nelle mani di Licio Gelli e della sua loggia massonica P2; una commissione parlamentare d’inchiesta ritenne che fu probabilmente l’allora direttore del Sifar, Giovanni Allavena, a consegnarli.

Giulio Andreotti (qui tutte le sue frasi celebri) diventò per la prima volta presidente del Consiglio nel 1972. Dal 1976 al 1978 guidò il governo del cosiddetto “compromesso storico”, un esecutivo di soli democristiani ma appoggiato da tutte le forze politiche tranne l’Msi. La Dc conservò la maggioranza relativa alle elezioni, ma con un margine ridottissimo sul Pci. Con il Paese sotto attacco terroristico e alle prese con una pesante crisi economica, Berlinguer propose a Moro e Fanfani questo accordo, che durò circa tre anni. Nel maggio 1978, dopo il rapimento di Moro da parte delle Brigate Rosse, Andreotti adottò la linea della fermezza: nessuna trattativa con i terroristi. Questa decisione condusse all’uccisione di Moro e attirò pesantissime critiche sul capo del Governo; ma è anche vero che quello fu il punto di svolta della lotta contro il terrorismo, perché da allora il fenomeno divenne sempre più debole e venne sconfitto in breve tempo.

Negli anni ’80 Andreotti fu ministro degli Esteri nel governo di Bettino Craxi e nei successivi, fino al 1989. Appoggiò la distensione tra Usa e Urss e mantenne sempre un’ottica filoaraba nella sua politica estera.

Nel 1989 fu parte attiva nell’estromissione dal governo e dal vertice del partito di Ciriaco De Mita. Il patto con la corrente di Arnaldo Forlani e con Craxi lo portò nuovamente alla presidenza del Consiglio. Era la settima e ultima volta; resse l’incarico fino alle elezioni del 1992. Un anno prima il Presidente della Repubblica Cossiga lo aveva nominato senatore a vita.

Nel 1992 Andreotti tentò di salire al Quirinale. Le sue manovre portarono alla “bruciatura” di Forlani. La sua candidatura venne però giudicata poco presentabile dopo l’omicidio mafioso di Giovanni Falcone, compiuto proprio durante l’elezione presidenziale. Due mesi prima la mafia uccise a Palermo anche Salvo Lima, politico della corrente andreottiana. Quindi la scelta si diresse su Oscar Luigi Scalfaro, appoggiato anche dalla sinistra.

Nel 1993 cominciò l’odissea giudiziaria. Il pentito di mafia Tommaso Buscetta lo indicò come mandante dell’omicidio Pecorelli. Venne assolto in primo grado ma condannato in appello. Solo nel 2003 la Cassazione lo assolse definitivamente da questa imputazione. Ma altre accuse pesanti sono state giudicate diversamente dalla magistratura. Basandosi sulle dichiarazioni dell’altro pentito Francesco Marino Mannoia, la corte d’assise di Palermo assolse Andreotti dall’accusa di associazione mafiosa a partire dal 1982. Ma la stessa corte dichiarò prescritto il reato di associazione a delinquere semplice fino al 1980. In sostanza la corte ritenne che Andreotti fosse al corrente dei rapporti tra Salvo Lima e il capomafia Stefano Bontade, e che Andreotti (qui le frasi celebri sul suo conto)stesso avesse incontrato direttamente Bontade, sempre secondo le dichiarazioni del pentito Mannoia. Andreotti (tanta la satira su di lui) fu accusato anche, sempre da altri pentiti, di avere direttamente concesso favori alla mafia e addirittura di avere baciato Totò Riina. Ma la corte non ha creduto a queste accuse e lo ha assolto.

Andreotti (che nel 1993 chiese lui stesso al Senato la concessione dell’autorizzazione a procedere) ricorse contro la sentenza di prescrizione per cancellare questa macchia, ma la Cassazione confermò la decisione della corte d’assise.