L’operazione che ha portato allo smantellamento di una cellula dell’Isis operante in Italia si chiama “Balkan connection” ed è nata dal lavoro coordinato del servizio centrale antiterrorismo della direzione centrale della Polizia di Prevenzione, dalla Digos di Brescia e le questure di Torino, Como e Massa Carrara.

A seguito delle indagini, la procura di Brescia ha spiccato tre ordini di arresto. Due riguardano dei cittadini albanesi – zio e nipote, il primo risiede nel paese natale, il secondo a Torino -, ed un cittadino italiano di origine marocchina di vent’anni – anche lui vive a Torino. Per i primi due si ipotizza il reato di reclutamento con finalità di terrorismo, mentre per il marocchino il reato contestato è l’apologia di delitti di terrorismo, aggravata dall’uso di internet.

La cellula era in contatto, telefonico e via facebook, con Anas El Abboubi, marocchino residente a Vobarno – in provincia di Brescia – e inserito nella lista dei 65 foreign fighter italiani. La cellula, dopo l’italo-marocchino El Abboubi aveva individuato un altro aspirante combattente da inviare in Siria. Si tratta di un giovanissimo italo-tunisino residente in provincia di Como, ancora minorenne all’epoca dei primi approcci via Internet – ma che era stato progressivamente convinto ad aderire al Califfato di Abu Bakri Al Baghdadi.

Il cittadino italiano di origine marocchina sarebbe l’autore del documento di propaganda dell’Isis, “Lo Stato islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare“, un testo di 64 pagine interamente in italiano che è comparso in rete poco tempo fa – ma che a quanto sembra era stato concepito e scritto nel novembre dello scorso anno.

Il testo illustrava nel dettaglio le attività del Califfato in Siria e Iraq, descrivendolo come una vera e propria organizzazione in grado di offrire protezione ai propri cittadini e di essere spietato con i nemici. Come spiegano gli inquirenti, “l’importanza del documento, sta non tanto nei contenuti quanto nel fatto che è stato ideato specificatamente per il pubblico italiano“. Le indagini hanno stabilito che il documento, dopo la pubblicazione su Internet del ventenne, è stato rilanciato da diversi utenti, attraverso Facebook e siti internet.