Davide Garofalo si faceva immortale con la sua ambulanza privata, la stessa che secondo gli inquirenti si sarebbe trasformata in una trappola di morte per almeno tre persone: due uomini e una donna. 50, in tutto, i casi sospetti; solo 3 al momento quelli contestati al barelliere “killer” accusato tra l’altro di aver ucciso i pazienti al fine di agevolare le attività illecite sia dell’associazione mafiosa, operante a Biancavilla e denominata clan “Mazzaglia-Toscano-Tomasello”, sia l’associazione mafiosa, operante ad Adrano e denominata clan “Santangelo”.

Occhiali da sole, in posa, sempre con l’ambulanza di sfondo. In un’occasione su Facebook pubblicava persino una foto mentre era in servizio, alle prese con una flebo e un anziano in barella: “Devi pensare a trasportare i malati e non a farti le foto che poi metti su Facebook” scriveva un amico. Diverse le immagini pubblicate – lui al mare, lui sullo scooter, lui in compagnia di amici – e in copertina la scritta “Ti voglio bene”.

Il barellista “killer” ha 42 anni, è originario di Adrano e, secondo gli inquirenti, sarebbe stato scelto dal clan per “garantire lo svolgimento del servizio”. A Biancavilla nessuno aveva parlato in questi anni per paura di ritorsioni da parte della criminalità organizzata locale, poi in parte smantellata dall’ottimo lavoro delle forze dell’ordine grazie alle operazioni “Onda d’Urto” e “Reset”. Il muro dell’omertà è caduto quando i testimoni oculari si sono sentiti al sicuro e, dunque, ne hanno dato notizia prima a “Le Iene” (grazie a cui è scaturita l’inchiesta) e poi alla magistratura.

A Garofalo è stata contestata anche l’aggravante di aver agito con crudeltà verso le persone, di aver approfittato delle circostanze di tempo e di luogo tali da ostacolare la pubblica e privata difesa e infine di aver commesso il fatto con l’abuso di prestazione d’opera.